Vuota senza di te – Le più belle lettere LGBT di tutti i tempi, parte II

di Marzia Figliolia

Per questo nostro secondo incontro con le lettere LGBT più belle di tutti i tempi, anche io, come se io stessa scrivessi ad un amante, ho pensato tanto alle cose da dirvi. Ma non ho trovato un modo stabilito per introdurci nella vita di persone che hanno sentito – ed espresso – così tanto. Possiamo solo entrare nelle loro storie in punta di dita, piano piano, metterci in un angolo e immaginarceli chini alla scrivania, con la penna tra le mani, anche loro, come noi, con la paura di essere incapaci di trovare le parole giuste per parlare d’amore.

Ma loro, oh, come si sbagliavano.

Eleanor Roosevelt e Lorena Hickcok
Eleanor Roosevelt non è stata solo la più longeva delle first lady americane, ma ha anche avuto una fine politica di grande impatto soprattutto per quanto riguarda la storia delle lavoratrici e delle giovani donne in difficoltà. La sua vita privata, invece, è sempre stata al centro di alcune particolari controversie. Nell’estate nel 1928, Eleanor conosce la giornalista Lorena Hickcok, con la quale terrà una fitta corrispondenza per oltre trent’anni.
L’amicizia tra le due donne fornirà più di uno spunto ai cacciatori di scandali, dalla sera dell’inaugurazione di FDR (quando la first lady fu vista indossare un anello donatole da Lorena, o Hick, come veniva affettuosamente chiamata), e fino all’apertura degli archivi privati della Roosevelt, dal quale emergono lettere che, sebbene meno esplicite di quelle scambiate tra Virginia Woolf e Vita Sackville-West, suggeriscono comunque un legame ben
oltre l’amicizia.

Nel marzo del 1933, Eleanor scrive:
“Hick, mia carissima,
non posso andare a dormire senza scriverti qualche parola. Oggi mi sono sentita come se una parte di me stesse andando via. Sei diventata una parte così essenziale della mia vita,  che senza di te tutto ciò che sento è il vuoto.”

E ancora, la sera dopo:
“Hick, mia cara, com’è stato bello sentire la tua voce! Sono stata così goffa nel farti capire cosa significhi per me! È stato buffo non poterti dire je t’aime o je t’adore, ma ricorda che  lo sto dicendo ora, e che vado a dormire pensando a te.”

La stessa Hick rispondeva con la stessa passione, in una lettera del dicembre dello stesso
anno:

“Cerco di far tornare alla mente il tuo viso, ma è difficile. Strano come anche i visi più amati svaniscono, nella memoria. Però ricordo bene i tuoi occhi, con giusto un piccolo lampo di malizia, e quella tenerezza infinita a nord-est delle tue labbra, quando le premi contro le mie.”

Oscar Wilde e Sir Alfred “Bosie” Douglas

Anche quando ci sembra così lampante il progresso della società umana, non ci manchi mai di ricordare quelli che hanno subito atrocità in nome di un ordine che per migliaia anni si è voluto “naturale”, come se si potesse ordinare qualcosa di tanto misterioso ed enorme come il sentimento umano. Tra le più famose vittime di questo sistema c’è certamente stato Oscar Wilde, il cui più grande “peccato” è stato anche il più grande motore della sua poesia. Nel giugno del 1891, Wilde conobbe Lord Alfred Douglas, soprannominato Bosie, appena laureato poeta di Oxford, che sarebbe diventato il modello vivente del suo Dorian Gray, la sua croce e la sua delizia. Nel gennaio del 1893, Oscar gli scrive:

“Ragazzo mio, il tuo sonetto è adorabile. È meraviglioso come quelle labbra di foglia rossa possano essere fatte tanto per la follia della melodia quanto per la follia dei baci. La tua anima bella passeggia tra la passione e la poesia. So di che certo che Giacinto, che Apollo amò disperatamente, devi essere stato tu in una vita greca passata.”

Fu un amore pieno di tumulti, di addii e riconciliazioni. Ma nulla riuscì mai a scalfirlo, nemmeno il processo, la prigione, la vergogna e la morte che ne seguì. Nell’aprile del 1895, il giorno prima della sentenza finale, Wilde scrive ancora a Bosie:

“Ragazzo mio carissimo,
ti invio questa per testimoniarti il mio amore immortale, eterno. Domani sarà tutto finito.  Se la prigione ed il disonore sono nel mio destino, che così sia. Pensa che il mio amore per te e quest’idea, quest’idea ancor più divina che io abbia il tuo amore in risposta, saranno il mio sostegno nell’infelicità a venire. E siccome la speranza – ma che dico, la certezza – di vederti di nuovo in mondo qualsiasi è la mia ancora a questa vita, devo pur continuare a
vivere per vedere questa certezza realizzarsi.”

Molte altre sono le lettere che i due si scambiarono per tutta la vita, contenute in Oscar Wilde – A life in letters, ma forse la frase più significativa, la più vera, la più definitiva, Wilde la scrisse in una lettera del 1897 a Leonard Smithers, editore: “he understands me and my art, and lovesboth” – Lui capisce me e la mia arte, e le ama entrambe.

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