Poesia: il bello in fondo sta proprio in questo

di Raffaele Iorio

Tempo fa, convinto che fosse un’arte morente, pensai a come poter parlare di poesia per renderla più appetibile, documentandomi ho poi scoperto di essermi sbagliato.  Piace già così.

Perché se si traccia su un foglio un cerchio, due puntini e una mezza luna, si può dire senza nessun timore di aver disegnato una faccia e invece se si scrive: “Là fuori è notte/ lo stesso qua dentro” non si può dire con la stessa libertà di aver scritto una poesia? In entrambi i casi sarà un lavoro di merda ma pur sempre qualcosa.

Tempo fa lessi un articolo in cui, stando ai rapporti di mercato, i libri di poesia interessavano soltanto il 6% della produzione totale. Per me si traduceva in questo modo: a pochi piace leggere e scrivere poesie. Così ho iniziato a pensare come poter rendere appetibile un’arte morente e il risultato delle mie ricerche mi ha suggerito che mi stavo sbagliando, la poesia non sta morendo anzi è in continua evoluzione e in fibrillazione come qualsiasi altra arte.

A dover morire a mio avviso è una certa visione di poesia. Ma procediamo per ordine.

Tendenzialmente c’è propensione a definire più alta un’arte che nasce prima, successe tanti anni fa col romanzo rispetto al poema epico e succede ancora oggi: il cinema per molti è ancora considerato inferiore al teatro, per esempio.

È ovvio che se si cercano delle caratteristiche tipiche di una forma d’arte in un’altra si resta delusi. Un libro può risultare preferibile per evocare fantasie più intime: le parole sono contenitori vuoti da riempire con il proprio vissuto, non c’è dubbio, ma vogliamo mettere la bellezza di una colonna sonora scritta da Ennio Morricone rispetto a una immaginata da me mentre leggo?

Pertanto si capisce come ognuno può preferire un’arte rispetto a un’altra ma nessuna è universalmente la più bella, bisogna abbandonare l’idea che la poesia sia l’arte suprema.

A quanti è capitato, almeno una volta nella vita, di appellare Fabrizio De André come poeta? Come se cantautore non bastasse.

Ed ecco che trovo risposta alla mia domanda: trattare di poesia con la stessa leggerezza degli altri, l’Italia è la nazione con tre milioni di poeti sostiene questo articolo, si leggono e si scrivono molti versi sui social  sostiene quest’altro, infine ancora per questo esistono gare di poesia simili alle battaglie rap. Allo stesso modo di disegnare, tutti o quasi, dovrebbero dire con leggerezza ho scritto una poesia.

A questo punto è lecito porsi una domanda: possiamo considerare tutta questa marea di scritti poesia? A mio avviso sì.

Ogni termine con il passare degli anni subisce dei cambiamenti a seconda della visione mutata dei parlanti circa lo stesso. La poesia è nata prima come forma orale, per poi legarsi
sempre più al mondo scritto e intimistico. C’è chi crede ancora che una poesia debba essere legata ad una metrica ferrea, ignora la validità del verso libero. Così, cosa resta oggi di quest’arte se non una forma espressiva che esprime in versi la complessità della natura umana? Che poi molti non siano capaci di fare granché è un altro conto. Essere poeti, come essere scrittori o disegnatori è diverso da scrivere in versi, in prosa o disegnare una faccina smile su di un foglio.

Pertanto si apre ancora un’ultima domanda: perché non si vedono in giro tanti poeti o c’è la falsa percezione che ormai l’arte sia morta? Ma il quesito meriterebbe un’attenzione a parte.

In questa sede mi piacerebbe concludere affermando che questa nuova visione ci fa capire quanto possa essere viva ancora oggi la poesia. Basta premettere che esistono pessime poesie, mediocri, distinte, ottime e inestimabili.

Le ultime sono cosa assai rara, da cercare con la lente d’ingrandimento… e il bello, in fondo, sta proprio in questo.

Ti piace la poesia? Leggi anche l’articolo di Alessia Miranda

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