Garcilaso de la Vega: il classicista per eccellenza

di Benedetta De Nicola

Capita un giorno della nostra vita che ci vien voglia di fare qualcosa di diverso.
Qualcuno compra un gioco per la play station, un altro preferisce cambiare pettinatura e poi, qualcuno scrive.

Prima di Garcilaso de la Vega (1503-1536), il Classicismo in Spagna è un’idea confusa, dopo Garcilaso, che si può dire capofila della scuola italianista del tempo, il Classicismo è talmente ben formato da essere qualcosa di superabile.
Considerato il classicista per eccellenza, la sua stessa vita si presenta come un emblema di classicità. Combatte i comuneros con Carlo V, assolve una serie di ruoli di fiducia e, addirittura, quando si trova costretto su un’isoletta del Danubio, si innamora di una donna, Isabel Freyre che morirà e della quale piangerà la morte facendola rivivere nell’opera scritta.
Nel 2019 non ci rendiamo conto di quanto un’opera possa essere stata rivoluzionaria, o meglio, sappiamo bene quanto Leopardi, Manzoni o Dante siano stati incisivi all’interno del nostro sistema culturale. Ma uno spagnolo, il cortigiano perfetto, come Garcilaso, non appare ai nostri occhi come decisivo all’interno del vastissimo genio culturale italiano, invece, a discapito della credenza comune, Garcilaso si fa promotore in Spagna della nostra poesia, delle nostre stesse opere, aiutandole a diffondersi largamente. Conquista un equilibrio artistico fra creazione artistica e mito biografico del poeta, si impone come intellettuale con un ruolo effettivo nella società, utilizza una lingua ancora non viva, fluente, misurata. Le sue stesse tematiche ci fanno rivivere le petrarchesche memorie, ma con un pizzico di pudore per la propria privacy. Non scrive un diario d’amore come Petrarca, piuttosto preferisce esplorare l’individualità “sentendo” di meno ogni emozione, ma rimanendo pudico. Tale senso del pudore si manifesta anche nelle Egloghe nelle quali Garcilaso si sforza di non raccontare copiosamente di sé bensì fa emergere i suoi personaggi in quel rapporto tra vita interiore e canto mai spulciato.
Silicio e Galatea nella prima egloga, Nemoroso ed Elisa nella seconda e, infine, Albanio e Camila nella terza, sono immersi nell’Arcadia tipica dell’italiano Sannazzaro, grazie alla quale Garcilaso racconta la verità, almeno, la propria verità.
Tra mitico e reale, tra sogno e realtà, racconta nei panni di Silicio o Nemoroso, dietro un arazzo sulla riva del fiume, vittima di una crudele ninfa o confidente dell’amico pastore, palese riferimento al citato Sannazzaro. Seppur non prepotente, l’idea di Garcilaso è più che presente. Del resto, la scrittura è espressione di un po’ di se stessi è l’ingrediente segreto di ogni opera. Dopo la dedica a Don Pedro de Toledo, entrano in scena i personaggi. Silicio commenta il disamore della ninfa Galatea, si dimostra travagliato per un’assenza incolmabile. Nemoroso, pentito, per la perdita di Elisa gli fa eco. Albanio che passa da bambino innamorato a uomo ossessionato e smanioso a causa di un novello abbandono.
Ci hanno sempre fatto credere nel principe azzurro, nell’uomo senza macchia e senza paura con una ferrea morale, intento a salvare la principessa, Garcilaso non è certo un principe e probabilmente avrà avuto spesso paura, quel che è certo, però, è che nessuno, più di lui, avrebbe saputo meglio ricreare la scuola italiana in Spagna, nessuno più di lui sarebbe stato l’incarnazione del cortigiano alla Baldassarre Castiglione, nessuno più di lui sarebbe stato il classicista per eccellenza.

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