Se gli adulti potessero giocare come i bambini…

di Ferdinando Ramaglia

Vi ricordate che sensazione si provava a giocare da bambini? Vi chiedo di tornare un attimo là, davanti al vostro giocattolo preferito. In quanti mondi si sarà trovato quel pupazzo o quell’automobile di plastica? Quanti colori abbiamo consumato per disegnare un prato verde o un sole splendente? Quanti altri bambini abbiamo conosciuto giocando e quanti di questi ce li siamo trascinati fino a ora? Insomma, quant’è bello e impegnativo giocare!

Ma quanto influisce psicologicamente il gioco sul bambino? Più di quanto si pensi.
Prima di tutto, esso è un importante strumento educativo, dato che promuove sia le abilità cognitive, sia comportamentali e sociali. Ad esempio, un bambino attraverso il gioco può imparare a rapportarsi con i compagni, dunque promuove le sue abilità linguistiche, oppure deve ricordare le regole del gioco e questo potenzia la memoria e l’attenzione.

Esso dunque rappresenta un tassello importante dello sviluppo del bambino, anzi, potremmo dire addirittura fondamentale, poiché, come sottolinea Fedeli, il gioco consente di sfruttare una serie di dimensioni non sempre presenti nella normale attività didattica della scuola.

Prima di tutto il bambino quando gioca è completamente preso da esso: si impegna, mette in atto tutte le sue potenzialità e questo lo sollecita a migliorare in ogni campo psicofisiologico.
Il gioco ha per il bambino un valore soprattutto “ecologico”, cioè che si instaura naturalmente nel contesto della sua vita quotidiana; egli aggiunge regole, le modifica, le adatta con un suo compagno…insomma diventa come argilla nelle mani di un artista.

Ma il gioco non è strettamente legato alla cognizione, all’acquisizione di script e potenziamento delle proprie capacità. Diversi autori, in particolar modo quelli che appartengono al filone psicoanalitico, ne hanno descritto le sue influenze sull’individuo dal punto di vista dinamico.

Per Freud il gioco serviva a esorcizzare eventi particolarmente spiacevoli, infatti è celebre nella letteratura freudiana l’episodio del “gioco del rocchetto”. Egli osservò giocare un bambino di diciotto mesi con un rocchetto, durante il quale questi lo lanciava lontano facendolo sparire sotto al letto e poi lo ritraeva verso di sé. Attraverso questa azione Freud suppose che il bambino stava rielaborando, attraverso la ripetizione, un evento spiacevole, ovvero l’allontanamento da parte della madre. Ripetendolo, il bambino cambiava la sua posizione da passivo, cioè da colui che veniva abbandonato, ad attivo, cioè colui che abbandona; come se quel rocchetto fosse la madre, di cui lui, in un certo senso, si vendicava.

Per Donald Winnicott, invece, il gioco è un’esperienza creativa e la capacità di farlo in maniera creativa contribuisce all’espressione dell’intero potenziale della propria personalità.

Dunque, come abbiamo visto, un’attività così semplice come il gioco può essere così ricca di significato. Forse gli adulti dovrebbero giocare un po’ di più per migliorarsi? Chissà, ma ogni tanto è bene tornare bambini come diceva Pascoli ne Il fanciullino, che ci esortava ad ascoltare il bambino che è in noi:

“[…] Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello.”

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