Gomorra? Sì, no, forse…

di Federico Mangione

In un XXI secolo in cui la comunicazione diventa sempre più complessa e sempre più diretta dall’uno ai molti, Gomorra – la serie è uno dei prodotti televisivi più discussi. Giunta alle soglie della quarta stagione, i giudizi sulla sua idoneità o meno ad essere trasmessa e su come descrive una realtà come quella campana non si placano, trascinando anche Roberto Saviano – autore del best-seller e dei soggetti di puntata della serie – nel turbinio di giudizi che arrivano da ogni parte.

Era il 6 maggio 2014 e sui canali Sky Atlantic e Sky Cinema 1, in contemporanea, andavano in onda i primi due episodi di quella che è diventata la più discussa serie televisiva italiana.

Gomorra rappresenta senza dubbio uno dei più interessanti e riusciti prodotti televisivi italiani dai tempi di quella serie… Quella con quell’attore… Beh, in realtà, forse, è proprio quella che ha dato il via ad un filone quality made in Italy, che latitava abbastanza, soprattutto per quel che riguarda il drama, ogni riferimento a Boris, per la commedia, non è per niente casuale.

Tuttavia i pareri sugli effetti e sul modo di raccontare l’hinterland napoletano, sono stati fortemente contrastanti.

Da un lato, chi ne riconosce la qualità artistica, appunto, e la capacità di descrivere il mondo più o meno sommerso della criminalità organizzata. Dall’altro, i detrattori, divisibili tra quelli che la ritengono l’ennesima idea di Roberto Saviano per far soldi e chi, a costo di difendere Napoli, è pronto a negare tutto ciò che succede nella serie che darebbe – a detta di costoro – una brutta immagine della città.

Evitando la discussione sulla bontà delle intenzioni dell’autore, sulle offese recate a Napoli e su tutte le altre chiacchiere da bar – che comunque sollevano un dibattito – mi piacerebbe tentare un discorso più tecnico basato sull’esistenza di un mondo ideale in cui la razionalità ha la meglio sulla pancia e le credenze.

Siamo ormai giunti alla metà del 2018, siamo in un periodo in cui si vive più sui social e per i social che guardando in faccia le persone. È un periodo in cui la comunicazione, sia che riguardi l’intrattenimento, che l’informazione, passa sempre più attraverso la televisione e gli operatori over the top (Netflix, Prime Video, Infinity per intenderci). Come possiamo collocare, dunque, Gomorra in questo panorama?

Gomorra è una serie-denuncia, che vuole far riflettere il pubblico su determinate tematiche e dinamiche della vita reale, drammatizzandole. Credo che, come tipo di intrecci narrativi, si possa assimilare a House of Cards.

Generalmente, quando si parla di personaggi, in una trama, alla superficiale divisione in protagonista-antagonista-aiutante, si devono aggiungere caratterizzazioni più specifiche. Una di queste, riguardante generalmente il protagonista, è la figura dell’eroe. Non parliamo di quello che a tutti i costi salva la situazione, ma di un personaggio che, nello sviluppo della trama, compie un viaggio, ha un’evoluzione, non necessariamente dal male al bene, e in cui il pubblico si identifica.

Io credo che Saviano e gli sceneggiatori siano riusciti non solo a sfruttare a vantaggio della denuncia il “viaggio dell’eroe”, ma anche a cogliere il momento giusto in cui spezzare quel viaggio con la morte di ogni personaggio.

Ciò che il pubblico recepisce è completamente a sua discrezione e ovviamente non si può incolpare nessuno di quelli che hanno partecipato alla serie se il messaggio viene recepito in modo sbagliato. L’identificazione in un personaggio può essere forte e, specialmente quando la discussione rimane nel mondo virtuale, può provocare anche reazioni spropositate. Ciò non toglie, tuttavia, che ci siano due aspetti positivi che riguardano questa serie: il primo, è che il messaggio più diretto racconta come non importa quanto un criminale possa creare un impero, si tratta sempre di un castello di carta pronto a lasciarlo senza terra sotto i piedi. Il secondo aspetto è la discussione, il far parlare della serie, dei temi della serie. Molti di quelli che hanno visto l’adattamento televisivo non hanno letto il romanzo, ma sono stati raggiunti ugualmente dal messaggio dell’autore.

Gomorra è solo un esempio di come la propaganda e la comunicazione– attraverso l’etere e attraverso la drammatizzazione– rappresentino, in questo momento storico, il più potente mezzo per raggiungere le persone disinteressate alla lettura, all’informazione dei telegiornali e ai programmi di approfondimento.

È una situazione che riguarda soprattutto i giovani, che appartengono ad una generazione già troppo dipendente dalla tecnologia. E allora perché non sfruttarla e opporre ai programmi di bassa qualità della tv generalista prodotti di qualità che possano a loro volta informare e recapitare dei messaggi importanti?

 

Disegno di Simone D’Angelo 

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