Fabrizio De André – un trovatore con la chitarra

di Federica Auricchio

Spesso Fabrizio De André viene definito poeta, anche se lui preferiva chiamarsi cantautore. In effetti, la musica del genovese è strettamente legata alle sue parole e questo binomio inscindibile non può non ricordare le canso dei trovatori.

Fabrizio De André ha incantato diverse generazioni con le sue canzoni curate nei minimi dettagli sia nella scelta musicale che nella struttura dei testi. Infatti, notando i suoi versi, possiamo vedere come utilizzi varie misure metriche, come in Bocca di rosa il decasillabo o il novenario, oppure la Canzone di Marinella che ha il classico schema della ballata. Però, anche se i testi ci sembrano delle vere e proprie poesie, separandoli si perderebbe l’essenza del connubio perfetto tra le parole e la musica. A testimoniare ciò è una prova di Tabucchi, che si è divertito ad adattare alla musica della canzone di De André il testo di Poliziano I’ mi trovai fanciulle un bel mattino verificando la perfetta sovrapponibilità delle strutture.

Faber è un vero e proprio maestro della canso medievale, uno dei temi centrali delle sue canzoni è l’amore. Un amore profano, proprio come quello dei trovatori. Un amore con il mantello. Un amore totalizzante e pieno di devozione come quello cantato nella canzone di Marinella: “e lui che non ti volle creder morta / Bussò cent’anni ancora alla tua porta.”

Il cantautore genovese è accomunato alla lirica provenzale anche per la prova d’amore – che abbiamo vista parodiata da Guglielmo (clicca qui per leggere l’articolo) – infatti, nella Ballata dell’amore cieco la protagonista, come midons, chiede al suo amante una prova d’amore: “Gli disse portami domani / il cuore di tua madre per i miei cani.” 

Ma non contenta, Faber ci racconta, ella gliene chiese un’altra per saziare il suo amore cieco: “Gli disse amor se mi vuoi bene, / tagliati dei polsi le quattro vene.”

Proprio così: come Guglielmo parodiava le donne con i suoi copaños Fabrizio, nel suo ironico finale, canta:

Fuori soffiava dolce il vento

Tralalalalla tralallalero

Ma lei fu presa da sgomento

Quando lo vide morir contento.

Morir contento e innamorato Quando a lei niente era restato

Non il suo amore non il suo bene

Ma solo il sangue secco delle sue vene.

 

Negli articoli precedenti abbiamo visto proprio come i trovatori cantassero la bellezza della propria dama, ma la fine di un amore coincide anche con la fine del canto e della bellezza della dama stessa. Ciò è uguale anche per Fabrizio, che nella sua Valzer per un amore canta alla sua amata che un giorno si ritroverà con le canzoni che lui le ha dedicato e che si meraviglierà nel sentir lodate le bellezze che allor più non avrai, ma il ricordo non servirà più a niente, non ti servirà che per piangere sui tuoi occhi che nessuno più canterà.

E, nella stessa canzone, un’altra chiave che apre le porte alla tradizione è il legame tra l’amore e le stagioni: De André, infatti, canta alla sua amata che il tempo passa e quindi le dice: vieni adesso finché è primavera.

Ma non è l’unica canzone dove le stagioni si intrecciano con gli amori del genovese, abbiamo infatti “la stagione del tuo amore” dove non è la primavera a predominare: La stagione del tuo amore / non è più la primavera / ma nei giorni del tuo autunno / hai la dolcezza della sera. / Se un mattino fra i capelli / troverai un po’ di neve / nel giardino del tuo amore / verrò a raccogliere il bucaneve.  Lo stesso avviene in “inverno”: L’amore ancora ci passerà vicino / Nella stagione del biancospino.

De André si rifà anche al sottogenere dell’alba che, come abbiamo visto, è un momento di dolore e separazione per i giovani amanti (clicca qui per leggere “L’amante pellegrino”). Quante volte avete ascoltato La ballata del Miché? Riascoltatela e notate come il Miché, che racconta Faber, è stato messo in prigione “perché un giorno aveva ammazzato / chi voleva rubargli Marì” perciò, ormai lontano fisicamente dalla sua amata aveva deciso di farla finita: e tutte le volte che un gallo / sento cantar penserò / non voleva restare vent’anni in prigione / lontano da te.” Anche qui la separazione avviene nell’ora dell’alba, trita della stessa malinconia delle albe occitane.

Il genovese dà voce anche al rispetto degli altri, all’avversione all’ingiustizia e alla difesa del più debole. Questi principi sono accumunabili all’antica cavalleria celebrata dai trovatori. Questa impeccabilità di spirito è presente, ad esempio, nel cd La buona novella.

In più Faber ci narra anche di eroi e di battaglie, come ne La guerra di Piero dove canta della morte di un soldato. Questi eroi sono, come per i trovatori, sempre legati alle vicende amorose, come in Fila la lana, dove la dama che si lamenta per la morte dell’amato “Fila la lana, fila i tuoi giorni / illuditi ancora che lui ritorni, / libro di dolci sogni d’amore / apri le pagine al suo dolore.”

Una versione più ironica dell’amore l’abbiamo in Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers dove Faber ci descrive Re Carlo Martello che tornando dalla guerra vincitore viene colto da un urgente bisogno sessuale. Faber si prende beffa così del crociato che combatte per Dio e ritorna con la voglia di andare a prostitute.

Insomma, sia cantandoci di eroi, battaglie o amore, in modo malinconico, ironico o romantico, Faber, intessendo la musica alle parole, è un vero e proprio trovatore con la chitarra!

 

Foto di Pietro Damiano

 

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