Il primo amore non si scorda mai, il primo touchscreen neppure

di Rebecca Grosso

Che tu sia il tipo di persona che impiega mezz’ora a comporre un messaggio – per poi inviarlo anche scritto male – o appartenga a quella categoria di figure mitologiche che riescono ad argomentare e discutere alla velocità della luce senza neanche guardare il cellulare, si sa: è impossibile oggi comunicare rapidamente non usando un touchscreen. Partendo dai tablet, fino ad arrivare ai sempre più diffusi smartwatch, siamo ormai circondati dagli schermi sensibili al tocco… niente di nuovo, ma ti sei mai chiesto, invece, cosa si celasse dietro quel vetro che hai sempre davanti agli occhi?

Se è vero che la prima volta – da intendere secondo libera interpretazione – non si scorda mai, bisogna pur ammettere che non sia affatto da meno il ricordo del primo approccio con un touchscreen. Come dimenticare quell’atmosfera tra il mistico e il fantascientifico che ti accompagnava alla scoperta di quel dispositivo che, con il semplice tocco di un pennino, rispondeva ai tuoi comandi immediatamente? Magia pura.

Di anno in anno, le tecnologie dietro il funzionamento del touchscreen si sono perfezionate, rendendolo sempre più sensibile e funzionale; così, dallo sfogare violentemente tutta la propria forza bruta sullo schermo del primo Nintendo DS, dopo essersi classificati secondi a un torneo di Mario Kart superati dall’avversario a due centimetri dal traguardo, si è arrivati a sviluppare una sorta di disturbo ossessivo-compulsivo verso il tasto di blocco del telefono, onde evitare di digitare e inviare senza rendersene conto messaggi criptati – risultato di lettere selezionate in maniera casuale dal nostro bacino – al malaugurato con cui si stava piacevolmente chiacchierando prima di mettere il cellulare in tasca.
Insomma, un vero disastro.

Ciò di cui ci occuperemo ora, però, non riguarda né gli eccessi d’ira né tantomeno le manie che sviluppiamo dopo anni di utilizzo degli smartphone, bensì cosa si cela dietro quella tecnologia che ci permette di avere allo stesso tempo un display, una tastiera e un mouse a portata di mano, racchiusi nello stesso dispositivo: la fisica dietro il funzionamento del touchscreen.

Il touchscreen (letteralmente, schermo tattile) è un dispositivo elettronico formato da uno schermo e un digitalizzatore, che tramite un’interfaccia grafica garantiscono all’utente il massimo dell’interattività, configurandosi come un dispositivo sia di input – per l’immissione dei dati – che di output – per la comunicazione dei dati elaborati.

Le tecnologie sono cambiate notevolmente a partire dalla comparsa del primo touchscreen, risalente al 1969, passando per sensori magnetici, griglie di raggi infrarossi o addirittura sistemi di videocamere ideati per rilevare ogni oggetto che venisse a contatto con la superficie dello schermo.

A oggi, i tipi di schermi sensibili al tocco utilizzati sono principalmente due, ognuno con le proprie caratteristiche adatte al compito che si prestano a svolgere: il touchscreen resistivo e quello capacitivo.

Touchscreen resistivo

Il touchscreen resistivo è un tipo di schermo composto da due strati trasparenti posti uno di fronte all’altro e rivestiti, quello superiore – flessibile – sul lato interno e quello inferiore – rigido – sul lato esterno, da pellicole conduttrici. Le due pellicole conduttive sono separate tra loro da materiali isolanti e posseggono una certa resistenza elettrica; quando, tramite l’ausilio di un pennino o anche di un semplice cappuccio di penna, esercitiamo una certa pressione in un punto preciso, esse arrivano a toccarsi. Lungo la direzione orizzontale (x) e verticale (y) dello schermo viene applicata una certa differenza di potenziale allo strato rigido dello schermo, mentre allo strato flessibile è collegato un misuratore di differenza di potenziale. In questo modo, al contatto, la differenza di potenziale rilevata stabilisce le coordinate (x,y) del punto in cui è avvenuto, così da permettere al software di eseguire il comando associato a quel punto preciso – che può essere una lettera della tastiera, il tasto di ritorno alla home del cellulare, quello di spegnimento e via dicendo.

Classico esempio di touchscreen resistivi sono gli sportelli bancomat, ma è con l’avvento dei dispositivi mobili, come il Nintendo DS o i navigatori satellitari, che hanno potuto poi riscontrare una discreta diffusione. A causa del doppio strato di materiale conduttore lo schermo dei dispositivi che adoperano questa tecnologia è spesso difficile da leggere; inoltre, lo schermo resistivo non supporta un doppio o triplo tocco contemporaneo (multitouch), perché riesce a captare una sola coppia di coordinate per volta.

Touchscreen capacitivo

Il touchscreen capacitivo sfrutta la variazione di capacità elettrostatica tipica dei condensatori, posizionati nei vari punti dello schermo; è composto da uno o più strati di materiale conduttore, spesso disposti in righe e colonne al fine di stabilire le coordinate del tocco. Ai quattro angoli del vetro viene applicata una tensione uniformemente propagata su tutta la superficie del pannello, in modo da rilevare, tramite una matrice di condensatori a film posizionati al di sotto della superficie del vetro, ogni minima variazione di capacità superficiale causata dalle nostre dita o da un qualsiasi materiale conduttore che entri in contatto con lo schermo. Quando tocchiamo lo schermo con un dito, ad esempio, aggiungiamo al sistema “pannello” un conduttore che prima non c’era, modificando le proprietà capacitive di quel punto specifico, rilevato ed elaborato dal software del dispositivo come un preciso comando da eseguire.
A differenza dei touchscreen resistivi, quelli capacitivi non hanno alcun tipo di problema per la visibilità dello schermo e supportano il multitouch, in quanto i tocchi contemporanei vengono interpretati dal software come diversi conduttori aggiunti, distinti e distinguibili tra loro.

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