Talking around the Christmas Tree

di Antonio Liccardo

Perché facciamo l’albero di Natale? Ma soprattutto: qual è l’albero di Natale?

I credenti e i non credenti, coloro che festeggiano o meno: insomma, se escludiamo il Grinch, tutti sono affascinati dall’albero di Natale. E non è un caso, perché l’origine dell’usanza di vestire a festa un arbusto ha attraversato le epoche e a ogni passo ha acquisito un particolare significato.

 

Vi sconvolgerà sapere che l’albero di Natale che attualmente usiamo è il peccio. Vi riporto alla calma: è sinonimo di “abete rosso” (Picea abies). Si tratta comunque di una conifera, pianta che porta i “coni”, più conosciuti come “pigne”, dalle foglie aghiformi e dalla forma di piramide. A conti fatti, anche il pino, il larice e l’abete, facenti parte della stessa famiglia (Pinaceae), hanno le stesse caratteristiche.

“Stesse” proprio no. Scendendo più in profondità nella cladistica (ovvero l’organizzazione in famiglia, genere, specie) si notano similitudini e differenze con altre conifere.

Pure il pino (Pinus marittimus o P. sylvestris, i più comuni) viene utilizzato, seppur in casi più rari, per festeggiare il Natale, ma ha gli aghi raggruppati in ciuffi, rispetto agli abeti che hanno gli aghi disposti lungo il rametto uno a uno. Quindi, gli abeti vincono sul fattore estetico. Anche il larice (Larix decidua) mantiene le foglie in gruppo, che tende a perdere soprattutto nel periodo invernale. Quindi, anche sul fattore pratico, gli abeti portano il punto a casa.

L’abete rosso (genere Picea) condivide con l’“abete bianco/comune” (genere Abies) non solo l’assonanza col nome (Picea abies rende l’idea che tale albero abbia caratteristiche simili all’Abies alba), ma anche gli usi più comuni: oltre ad abbellire i nostri salotti dall’8 dicembre (festa dell’Immacolata, ma c’è chi si avvia a Sant’Ambrogio – 7 dicembre – o a San Nicola – 6 dicembre) al 7 gennaio (giorno dell’Epifania, ma c’è chi aspetta che il gatto glielo devasti completamente per toglierlo di mezzo), sono fonte di oleoresine per vernici (trementine, dette “di Borgogna” se estratte dal peccio, “di Alsazia” se ricavate dall’abete comune – così anche dai sopracitati pini, “trementina italiana”, e larici, “di Venezia”).

In Toscana, inoltre, si lavora sull’abete bianco per ottenere un delizioso liquore dal nome di Gemma o Lacrima d’Abeto.

Essendo amante dei particolari, vi do qualche dritta veloce per riconoscere gli alberi a casa dei vostri amici durante il cenone e far vedere loro che i magazine che leggete voi sono seri: abete rosso – aghi quadrati, pigne penzoloni, rami alti dritti e bassi penduli; abete bianco – aghi piatti, pigne erette, rami orizzontali.

Tra i pecci, si usa la Picea abies perché più duratura, economica e di facile riproduzione rispetto alle altre specie dello stesso genere Picea. La Picea orientalis, ovvero il peccio del Caucaso, ha la corteccia più simile a quella dell’abete bianco, ma l’abete rosso ha gli aghi più grossi e a punta, quindi più resistenti, ed essendo tipica delle Alpi e di buona parte dell’Europa, si abbattono anche i costi di trasporto.

Abbiamo capito perché si è scelta una determinata specie di un determinato genere. Ma perché questa determinata famiglia?
I druidi celti nelle gelide lande dell’estremo nord Europa consideravano l’abete come detentore della lunga vita perché capace di sopravvivere al freddo glaciale. I vichinghi, quindi, nelle settimane di pieno inverno in cui il sole si faceva desiderare, tagliavano pezzi di abete, li portavano in casa e li abbellivano di frutti per ingraziarsi il buon auspicio di una primavera abbondante di essi. D’altronde, i Goti sostenevano che l’abete fosse il maestoso albero cresciuto in onore di Odino.

Così l’usanza ha attraversato le epoche storiche, passando per i Greci che credevano nel forte legame che abbracciava Artemide, dea della caccia e dei campi coltivati, all’abete e alla nascita del nuovo anno, attraversando il Sacro Impero, visto che i Romani solevano decorare le proprie abitazioni con rami di pino durante le Calende di gennaio, sino ad arrivare alla religione cristiana che mescola il simbolismo di tale albero con quello biblico della Vita, assieme all’agrifoglio che ricorda la sofferenza inferta dalla corona di spine sul capo di Cristo (le bacche di agrifoglio ricordano le gocce di sangue sulla fronte del Nazareno).

Ai giorni nostri, la scelta dell’albero ricade su quelli artificiali, per motivi ecologici, perché un albero prettamente invernale rinchiuso in casa spesso perde gli aghi e ne tappezza il pavimento, per chi è allergico alle conifere e non vuole rinunciare alla tradizione, per riprodurre in casa propria la bellezza di una foresta di conifere ma in scala più urbana. In più, si imbellettano gli alberi di Natale con sfere colorate, luci intermittenti, festoni cangianti e quant’altro invece che di frutta e verdura. Ma la sostanza rimane la stessa: un’usanza beneaugurante.

Come quella di farsi gli auguri, che non fa mai male.

E quindi, a voi e famiglia.

 

 

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