Arancia Meccanica: Homo Homini Lupus

di Marianna Allocca

 A Clockwork Orange è un film drammatico del regista Stanley Kubrick trasmesso nelle sale cinematografiche nel lontano 1971. Tratto dal romanzo Arancia ad orologeria di Anthony Burgess, è unico nel suo genere, qui la violenza è assolutamente gratuita e irrazionale, non segue canoni, ma una repentina ricerca di egemonia del più forte, accentuando una potente dissociazione emotiva.

Il film si presenta come un manifesto contro la violenza, anche se Kubrick ha voluto rappresentarla in modo eccessivo e senza alcun tipo di filtro, facendo emergere il suo radicale pessimismo verso l’uomo e suoi istinti. La storia si sviluppa intorno alle avventure di un giovane i cui principali interessi sono lo stupro, l’ultraviolenza e Beethoven. Il bullo Alexander DeLarge e i suoi compagni di merende si ritrovano ogni notte per picchiare, violentare e affrontare i loro avversari in coreografici duelli. Alex (A-lex: senza legge) è innervato da una vitalità non solo esuberante e brutale, ma anche disgustosa per gli atteggiamenti con cui essa si manifesta.
E d’un tratto capii che il pensare è per gli stupidi mentre i cervelluti si affidano all’ispirazione”.
Si abbandona alle sue ispirazioni più irreali, vive come meglio crede, senza seguire delle linee guide. Per lui i limiti sono alienanti, l’eccesso, invece, è la vera linfa della sregolatezza. L’uomo, senza un’educazione morale, senza il rispetto per la legge, senza assoggettarsi alla società, senza vincoli etici o razionali di alcun tipo, è un puro uragano di pulsioni, un essere che vaga spinto dalla sessualità e dalla violenza.

Ma Alex non è uno stupido, è solo un superuomo “distopico”, che ovviamente poco ha a che fare con quello di Nietzsche. Ci troviamo di fronte alla violenza in sé, dell’uomo verso la società, che distrugge ma senza una reale coscienza. Inoltre, il bianco spietato dei costumi e degli ambienti dove Alex e i suoi Drughi, una banda di stupratori e teppisti che si ritrova al Korova Milk Bar – dove si somministra lo “stupefacente” Lattepiù, una bevanda migliorata con la mescalina – l’uso di termini inventati, che sconvolge la familiarità delle parole, lo sguardo psicotico del volto giovanile di Malcolm McDowell sottolineato dalle lunghe ciglia applicate sulla palpebra inferiore, ridefiniscono il concetto di dettaglio nel cinema, consacrando Kubrick come maestro del controllo assoluto. Infatti, la massiccia architettura visiva e retorica conferisce al film una suggestiva valenza simbolica fino a renderlo una vera e propria opera d’arte completa. Anche la musica ha un ruolo fondamentale, in quanto con essa è possibile ottenere certe sensazioni ed impressioni e ovviamente non è scelta a caso. Si tratta di musica classica, quella più complessa e sublime per eccellenza, modificata da sintetizzatori elettronici per offrire un clima più malsano e futuristico. La composizione principale è la Nona di Beethoven: Beethoven, spirito dionisiaco della musica, con toni irrompenti e forti, la sua Nona, vuole essere un invito di fratellanza e di armonia universale. Questo è il punto di contrasto che caratterizza tutta la pellicola. In aggiunta, si potrebbe fare una riflessione sull’effetto nefasto che essa può portare a causa di certi individui, o come possa essere male interpretata (basti pensare che Hitler e i gerarchi nazisti amavano sia Wagner che Beethoven). È la melodia dell’oppressione di una società che non ti vuole salvare, ma rendere innocuo, succube. Ritornando al personaggio di Alex, quando egli viene arrestato e rinchiuso in prigione, dove sarà sottoposto a una cura sperimentale antiviolenza, avviene uno scambio di ruoli: da carnefice, il protagonista diventa vittima, fino all’ambiguo finale. Il prezzo da pagare, tuttavia, non è di poco conto: per liberarsi dal male, occorre rinunciare al libero arbitrio. Alex viene sottoposto a una terapia chiamata La cura Ludovico, che elimina la violenza.

Si tratta di un processo pseudo-scientifico, a sua volta, di una brutalità aberrante, raccontato in maniera esemplare in una delle scene madri del film. Svuotato dei suoi impulsi, il protagonista diventa un cittadino modello, un’arancia meccanica programmata per rispondere agli stimoli di una società ideale. Dal momento in cui Alex perde la possibilità di scegliere liberamente come comportarsi, la sua figura inizia a essere contesa dal pubblico e dai suoi rappresentanti: c’è chi vorrebbe usarlo come argomento di denuncia nei confronti di un governo autoritario e chi come trofeo di una politica efficiente, ma in realtà, tutti spogliano il personaggio di ogni veste umana. Alex diviene un oggetto nelle mani di altri, vittima di una “involontaria” legge del contrappasso, attraverso la quale l’uomo distruttivo viene fatto a pezzi e abbattuto. Il ritorno al mondo è, infatti, incredibilmente invertito, tutti i momenti epifanici della prima fase vengono riproposti in una chiave di lettura opposta: è lui la vittima picchiata dai barboni, dai vecchi amici divenuti poliziotti, giustificati a essere violenti, e infine sfruttato per ragioni politiche dallo stesso scrittore vittima del trauma “singing in the rain”.

Il finale di Arancia Meccanica è così geniale da mostrarsi quasi buffo, divertente. D’altra parte, la consapevolezza della menzogna umana e sociale, non può che mostrarsi con un’ironia sublime, liberatrice e inquietante. L’uomo sa di vivere in una società di lupi e pecore, dove i “dirigenti” creano menzogne e illusioni con il solo fine di coprire, mai di risolvere. Coloro che vogliono reprimere la violenza, non hanno altri mezzi se non la violenza stessa; così l’uomo, conoscendo questo invalicabile presupposto, è libero, mentre il mondo cade a pezzi.

Ero guarito… Eccome!”

 

 

 

 

 

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