World Press Photo 2018: la voce di chi non può parlare

di Federica Auricchio

Domenica 9 dicembre, per i vicoli di Napoli si sente il profumo del Natale, brillano le luci, la melodia dei zampognari inonda le orecchie. Fuori il brulichio della folla. Qui tutto tace. Mi sento catapultata in un mondo che mi sembra estraneo eppure questa, questa è la realtà che mi circonda. Le foto parlano, mi raccontano la loro storia. Quante parole può dirti chi non sa parlare.

Sono alla mostra tenuta al PAN, il World Press Photo, il premio fotogiornalistico più prestigioso ed importante al mondo, esiste da oltre 60 anni e ogni anno assegna dei riconoscimenti ai migliori scatti provenienti da tutto il mondo.

Giro tra le pareti bianche e fisso le foto, una ad una, le assaggio lentamente, come caramelle da succhiare. Mi soffermo a guardare il vincitore: un giovane con la mascherina avvolto dalle fiamme che fugge, sul muro un dettaglio, una pistola con scritto paz, pace. Questa immagine dovrebbe dirmi tanto eppure non mi dice un granché, non so chi sia questo ragazzo, perché scappa, cosa dovrebbe raccontarmi? Accanto leggo che si tratta della manifestazione contro il presidente Maduro a Caracas nel maggio del 2017. Un’immagine molto bella, dinamica e con colori vivaci, sì, ma che non mi comunica nulla.

 

Per proseguire apro una parentesi su La camera chiara di Roland Barthes, l’autore per parlare della fotografia distingue tre elementi fondamentali: l’operator, colui che fa la foto, lo spector, il fruitore e lo spectrum, il soggetto immortalato; inoltre distingue i due modi in cui lo spectator fruisce lo spectrum: lo studium, cioè l’aspetto razionale, che si manifesta quando l’osservatore si fa delle domande sulle informazioni che la foto gli fornisce e il punctum, ovvero l’aspetto emotivo, lo spettatore viene irrazionalmente colpito da un dettaglio della foto.

Chiusa questa parentesi vi parlo di queste tre foto che per prime mi hanno raccontato la loro storia: una donna che viene aiutata scendere da una barca approdata a Shah Porir Dwip; dei profughi che trasportano i loro averi lungo il fiume Naf e infine una folla accalcata vicino un camion che distribuisce aiuti nei pressi del campo profughi di Balukali e il puncutum è la lacrima del bambino che cerca di salire, la disperazione e la forza in contrasto in un oceano di speranza.

(Per vedere la foto clicca qui)

Fra i vinti a povera gente

faceva la fame. Fra i vincitori

faceva la fame la povera gente egualmente.

Bertolt Brecht

Ne osservo altre e resto incantata dai corpi di giovani donne, nude, corpi eleganti, sensuali, eppure sembrano cercare aiuto, nella loro delicatezza mi raccontano la loro fragilità ed io mi sento estremamente piccola nella grandezza del loro urlo; il dolore della rassegnazione.

 

Corpo di donna, bianche colline, cosce bianche,

assomigli al mondo nel tuo gesto di abbandono.

Pablo Neruda

Il primo premio Reportage è un’altra delle foto che mi ha colpita, racconta della morte di bambini, cosa difficilissima e ciò che mi ha frastornata sono i colori. Di solito alla morte associamo il nero, a quella di un bambino il bianco, qui vi è un’esplosione di rosso, verde, giallo e una mano è qui, per me, il puncuntum, tesa: per salvarci l’anima.

 

 

Perdono tutti e a tutti chiedo perdono.

Cesare Pavese

 

Chiusa in un mondo estraneo ho riscoperto la realtà, il male e il bene, il dolore e la speranza, con scatti rubati e pensati ho letto ciò che, filtrati nell’istantanea, chi non ha voce aveva bisogno di dirmi.

 

L’indifferenza è il peggior male,

solo ascoltando possiamo salvarci.

Foto di Chiara Antenucci

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