Genius: il caso Thomas Wolfe

di Sveva di Palma

Genius è il titolo di un film del 2016 diretto da Micheal Grandage su soggetto di A. Scott Berg, con protagonisti Colin Firth e Jude Law.

I meriti di questa pellicola di debutto, elencati da critici e pubblico in egual misura, sono molteplici.

Il più grande è quello di aver introdotto le grandi masse a una figura largamente sconosciuta: quella dello scrittore americano Thomas Clayton Wolfe.

 

 

Thomas Clayton Wolfe nasce il giorno 3 ottobre dell’anno 1900, sotto il segno della Bilancia, ad Asheville, capoluogo della contea di Buncombe, in Carolina del Nord.

Una cittadina turistica, di dimensioni ridotte, una destinazione prediletta dalla borghesia del tempo.

I suoi genitori, Julia Elizabeth Westall Wolfe e William Oliver, sono una coppia inusuale, insolita. La madre, speculatrice immobiliare di successo con velleità mercantili, è la mente organizzativa e pratica della famiglia. Il padre, incisore di lapidi poco avvezzo agli affari e molto alla bottiglia, ha velleità artistiche (presto abbandonate).

Una coppia esuberante e anacronistica, le cui dinamiche vengono riportate sulla carta dalla impietosa penna di Wolfe, attento e partecipe osservatore della propria e altrui realtà.

Intelligente, brillante, studioso, Wolfe si diploma con il massimo dei voti e nel 1916 entra alla North Carolina University. A risaltare le sue naturali doti, uno spiccato interesse e una passione entusiasta per la letteratura. William Oliver, avido divoratore di classici e bizzarro mentore, aveva indottrinato Thomas sin dalla primissima infanzia, citandogli a memoria passaggi delle opere di William Shakespeare e di alcuni poemi epici.

I grandi romanzi, frutto della fervida, incontrollabile creatività di Wolfe, hanno una tormentata storia editoriale (di cui il sopraccitato film ci rende partecipi), riuscendo a vedere la luce dopo svariati rifiuti e tagli. Il romanzo esemplare di Thomas Wolfe è Look homeward, Angel (titolo ispirato a un verso di John Milton), tradotto in italiano come Angelo, guarda il passato.

Originariamente composto da ben 350.000 parole, inclassificabile in qualsiasi genere letterario conosciuto o diffuso nella prima metà del ‘900 in America, il romanzo deve al leggendario curatore editoriale Maxwell Perkins (editore di giganti della letteratura quali Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald) la sua pubblicazione, seppur monca e mancante di alcuni prolissi passaggi. Perkins porta Wolfe al successo, alla fama internazionale, lo allontana dal rapporto morboso madre-figlio con la compagna di sempre Aline Bernstein – una donna sposata, di vent’anni più vecchia di lui – e lo rivaluta ai suoi stessi occhi, introducendolo al suo valore di scrittore.

La critica e il pubblico sono esterrefatti dal romanzo, dalla sua indecifrabile struttura, dalla lingua utilizzata per dipanare le vicende narrate. Sinclair Lewis, nel discorso di accettazione del suo Premio Nobel per la Letteratura, definisce Wolfe “il più grande scrittore americano”, lodandone la modernità e l’originalità.

Otto anni e tre romanzi più tardi, Thomas Wolfe muore di tubercolosi, la giovane promessa del suo assicurato e prolungato grandeur delusa, irrealizzata.

La stella di Wolfe si spegne, letteralmente e metaforicamente, lasciando il suo nome e il suo genio all’ombra di autori più assimilabili, più accessibili, dall’estro vivo ma contenibile, che di parole ne usano 50.000 e non 350.000.

Nel tempo, i critici hanno più volte preso posizioni contrastanti nella rivalutazione e/o svalutazione del lavoro di Thomas Wolfe, talvolta definendolo “il più grande bambino di cinque anni mai esistito”, affermazione di Norman Mailer, o riferendosi alla sua scrittura come “poco credibile”, in altri frangenti abbracciando le innovazioni da egli apportate alla letteratura americana del Novecento. Tuttavia, prima di Genius, della fascinazione di A. Scott Berg e Micheal Grandage – al quale va riconosciuta l’innegabile intuizione di aver scelto nientedimeno che Jude Law per interpretare il giovane Wolfe – la figura dell’autore ha subito una progressiva damnatio memoriae.

La pellicola, ben lontana dalla perfezione o dall’accostarsi allo studio del personaggio con freschezza e anticonformismo, dipinge ad ogni modo uno schizzo, una bozza della reale ricchezza intellettuale e intellettiva posseduta dall’artista. Ha il merito di aver, se non altro, voluto riprendere e spolverare un antico rudere, erroneamente considerato obsoleto e muto, svuotato di ogni contenuto o interesse.

Niente di più lontano dalla realtà.

Leggere Thomas Wolfe è come perdersi in una fiaba. Una fiaba disincantata, rude, sporca, disordinata. Cruda ma non nuda, anzi, rivestita di orpelli e di svincoli imprevisti. Una fiaba autobiografica e al contempo antropologica, in cui la storia della vita dello scrittore si confonde con una ricostruzione del suo albero genealogico, delle tare che lo hanno accompagnato e piagato. Quasi un tentativo americano a I Malavoglia di Giovanni Verga, o al Ciclo dei Rougon-Macquart di Emile Zola. Un tentativo di riprodurre, con attenzione, sezionando i modi di vivere e di pensare degli Americani, visti e percepiti come “esuli in patria”, lo spirito e la mitologia di un paese. Un paese in formazione, reduce di guerra, giovane e vecchio, perduto e fertilissimo, ferito e vitale.

Un contenuto che di per sé sembra avere molta sostanza ma scarsa innovazione, molta pesantezza e poca sveltezza, poca prontezza, poco gioco. E allora perché Genius? Perché riportarci alla mente un collezionista di memorie, un costruttore di storie nella Storia, come tanti altri?

Perché nessuno prima aveva osato far volare così lontano l’ambizione del proprio pensiero, trasferendolo in una lingua rapsodica, impressionista. Una lingua che nel corso del lunghissimo Novecento si sarebbe trasformata nel fenomeno della Confessional poetry, nella selvaggia libertà sintattica di Jack Kerouac e nell’abile ribellione agli schemi linguistici della Beat Generation. Cercare l’autonomia e stabilirla, lottare per essa, insistere affinché possa avere un suo spazio in cui esistere e coesistere con l’autonomia altrui è azione fondante, propedeutica alla formazione di un’artista e di un’opera d’arte.

Banalmente, si tratta di credere attivamente in se stessi e nel processo integrativo ed evolutivo di cui la nostra creatività è capace, immettendosi e fluendo nel mondo, gettandosi in esso con forza vitale e coraggio, come un fiume nel mare. Come Thomas Wolfe nelle parole.

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