L’importanza psicologica delle fiabe

di Ferdinando Ramaglia

Conosciamo tutti le fiabe dei Tre porcellini, Cappuccetto rosso o nsel e Gretel; storie dalla trama semplice, con elementi ricorrenti, personaggi costruiti affinché incarnassero il “bene” e il “male” e un lieto fine che si lasciava attendere e che faceva tirare un sospiro di sollievo.

Immaginiamoci per un attimo bambini seduti ad ascoltare quelle bellissime favole che sembrano esser fatte apposta per noi, cosa ci sarà mai passato per la testa ascoltandole?
Mentre splendidi eroi e feroci mostri combattevano tra di loro, nella nostra immaginazione si formava un significato, una fantasia inconscia veniva governata, un desiderio di ribalta verso i genitori veniva affrontato, il caos interno si poteva controllare.
In merito a quest’ultima affermazione potremmo pensare:

“Caos interno? Sentimenti ostili verso i genitori? Un bambino non può mai pensare cose così brutte e violente… Sono esseri così bisognosi e meritevoli d’amore, come si può pensar ciò di una creatura così inerme?”
Ebbene, anche i bambini possono pensare male. Ma dobbiamo ridimensionare questa affermazione e spostarla non su un piano di cattiveria pura, finalizzata a uno scopo come quella dell’adulto, ma su un livello più primitivo, cioè inconscio.
I bambini, più di un adulto, hanno bisogno di imparare a controllare quello che sfugge al loro pensiero cosciente. Dobbiamo immaginare la loro vita psichica come una macchina senza freni che scivola in discesa; fin quando questi non vengono montati, il veicolo non si ferma.

E cosa c’entrano le favole con questi processi?

Bruno Bettelheim, un illustre psicologo infantile, nel suo libro Il mondo incantato: uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe sostiene che:
“La ricchezza d’immagini delle fiabe aiuta i bambini meglio di qualunque altra cosa nel loro più difficile eppure più importante e soddisfacente compito: quello di raggiungere una coscienza più matura per civilizzare le pressioni caotiche del loro inconscio”.
Nell’ascolto della fiaba avviene un processo di scoperta della propria identità, dove il bambino prende come esempio dei modelli e dei comportamenti che i personaggi attuano all’interno di essa, ricavandone un messaggio. Dice sempre Bettelheim:

“Le fiabe suggeriscono che una vita gratificante e positiva è alla portata di ciascuno nonostante le avversità, ma soltanto se non si cerca di evitare le rischiose lotte senza le quali nessuno può mai raggiungere una vera identità”.

Nella fiaba i processi psichici interiori vengono esteriorizzati, resi comprensibili e visibili attraverso le gesta dei personaggi.
Pensiamo a una classica fiaba in cui c’è un personaggio piccolo contro un gigante possente: un cavaliere contro un drago, ad esempio. Il lieto fine di un racconto come questo si potrebbe risolvere nel cavaliere che ha la meglio sul drago; in tal senso, questo personaggio minaccioso, per un bambino, può assumere la forma di un’autorità genitoriale e dunque la sua rivalsa sta nello sconfiggere i genitori, diventando grande come loro o capace di fronteggiarli, pur essendo piccolo.
La frustrazione legata alla condizione di bambino senza risorse si incanala verso questo tipo di simbolismo e, in fantasia, si risolve; dona speranza al bambino, che anch’egli cresca e diventi abbastanza forte da affrontare le sfide della vita.

Dunque queste immagini fantastiche sono veicoli che parlano direttamente all’inconscio del bambino e attraverso queste egli ci familiarizza, impara a controllare le sue pulsioni, ma, cosa più importante, il bambino non si sottomette all’inconscio e alle sue pulsioni distruttive una volta venuto a contatto con essi; egli sa che, qualsiasi cosa possa scoprire, vivrà “felice e contento”.


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