L’assurdo della vita nel teatro dell’assurdo

di Francesca Caianiello

Samuel Beckett e il celeberrimo Aspettando Godot. Perché è una lettura da non mancare.

Che si abbia conoscenze letterarie o meno è impossibile che, almeno una volta nella vita, non si sia ascoltato il titolo della celebre commedia di Beckett.

È diventato perfino un modo di dire, ironico, quando qualcuno è in ritardo: “ma sì, è arrivato prima Godot!”.

Ma com’è che un’opera così particolare abbia avuto così tanto successo?

In breve, una piccola ricostruzione storica.
L’opera inizia a essere composta da Beckett nel 1948, in lingua francese con il titolo En attendant Godot. L’autore aveva scelto una lingua diversa dalla sua per incentivare la sensazione di straniamento. Non governandola bene come la lingua madre, il francese gli permetteva di essere essenziale, mancando di tutti quegli elementi del linguaggio che rendono omogenea la frase.
Solo in seguito la versione francese dell’opera fu trasposta in inglese, con il titolo Waiting for Godot.
Senza svelare troppi dettagli, protagonisti sulla scena sono Estragone (Gogo) e Vladimiro (Didi). Qualcuno ha ipotizzato che potessero rappresentare le componenti umane, il corpo il primo, l’anima il secondo. Al loro continuo dialogare e interrogarsi si aggiungeranno poi altri personaggi, per poi uscire di scena e lasciarli di nuovo lì, durante i due atti.

E con i loro discorsi che appaiono nosense trattano molteplici tematiche, ma sta al lettore o spettatore riuscire a coglierne il significato più profondo.

VLADIMIRO: E se ci pentissimo?
ESTRAGONE: Di cosa?
VLADIMIRO: Be’… (cerca) Non sarebbe proprio indispensabile scendere ai particolari.

E sta al lettore-spettatore collegare gli elementi e dare la propria personale soluzione a tale domanda.

O ancora:

ESTRAGONE: Che strano, più si avanti e più fa schifo.
VLADIMIRO: Per me, è il contrario.
ESTRAGONE: Cioè?
VLADIMIRO: Io mi abituo allo schifo man mano che vado avanti.

E le battute sono pronunciate così velocemente dagli attori, che il tutto viene ad essere sciorinato con una scioltezza senza eguali, tale da prendere di sprovvista lo spettatore per l’intensità del significato della battuta, metafora di un modo di affrontare la vita.

Fino all’aggiunta di un ulteriore personaggio sulla scena, Pozzo, decisamente riflessivo, che durante le sue battute sposta l’argomento sulla presenza ambivalente di riso e pianto nella vita.

POZZO: […] Le lacrime del mondo sono una quantità costante. Non appena qualcuno si mette a piangere, un altro, da qualche altra parte, smette. E così per il riso. (Ride) Non parliamo troppo male, perciò, della nostra epoca; non è più infelice delle precedenti. (Pausa). Ma non parliamone neanche troppo bene. (Pausa). Non parliamone affatto. (Pausa). È vero, però, che la popolazione è aumentata.

E nel secondo atto poi, si mostrano maggiori riflessioni. La scena è la stessa, ma è come se i personaggi fossero cambiati. Come se Estragone durante la notte avesse vissuto un cambiamento, rimuovendo gli eventi del giorno precedente.

VLADIMIRO: […] Non ti ricordi?
ESTRAGONE: Te lo sei sognato.
VLADIMIRO: Possibile che tu abbia già dimenticato?
ESTRAGONE: Sono fatto così. O dimentico subito, o non dimentico mai.

Frasi che ancora una volta, nella loro astrazione contribuiscono al meccanismo ironico del nosense, ma allo stesso tempo possono indurre la riflessione nel lettore-spettatore nel momento in cui tali fulminee affermazioni sono proiettate sul quotidiano.

E poi Vladimiro ed Estragone, l’anima e il corpo, che in questo rapido scambio di opinioni sembrano racchiudere il senso di tante relazioni amorose:

VLADIMIRO: È difficile vivere con te, Gogo.
ESTRAGONE: Sarebbe meglio separarsi.
VLADIMIRO: Dici sempre così. E ogni volta ritorni.

Tutta l’opera è un dramma sotto forma di conversazione. Beckett si esprime senza le restrizioni dettate dalle “cose”, inventa un mondo in cui è signore assoluto e con destrezza induce chiunque alla riflessione.
La conversazione è ridotta a un dialogo fine a se stesso, privato della sua funzione di significante. Il fatto teatrale è messo in scena nudo, non importa lo scenario o il contesto, la battuta è immediata, molto più profonda e ricca di significato di quanto appaia.

Non mi resta che augurarvi una buona lettura!

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