Tutt’intorno al Film – Fulvio Iannucci e Paolo Barone raccontano Vinilici

di Marzia Figliolia

Vinilici – Perché il Vinile ama la Musica, è un docu-film nato dalle menti e dalle mani di Nicola Iuppariello e Vincenzo Russo, attualmente in giro per i cinema di tutta Italia dopo aver debuttato sul grande schermo in occasione della IV edizione del Filmmaker Day di Torino e della XVII edizione del Rome Indipendent Film Festival di Roma. È una lettera d’amore al Vinile, ma guai a chiamarlo nostalgico: non s’immerge nel ricordo fine a se stesso ma scava invece nelle nuove possibilità di questo strumento che invecchia senza diventare mai obsoleto.

Come le lettere d’amore.

Per La Testata – Testa l’informazione, abbiamo fatto due chiacchiere con Fulvio Iannucci e Paolo Barone, rispettivamente regista e montatore di Vinilici. Perché dietro ad ogni lettera d’amore ben scritta, c’è tutto il lavorio che la rende così spontanea!

Parte I – Tre domande a Fulvio Iannucci, regista

Il primo docufilm interamente prodotto in Italia su un oggetto come il vinile, anche per dire che il vinile non vuol essere un oggetto nostalgico, dunque: reduce da quest’esperienza, quale credi possa essere allora la funzione del disco nella società fluida, digitale com’è quella di oggi?

“Il vinile è un oggetto da amare, da toccare. La funzione del disco, quindi, è simile a quella di un feticcio, una sorta di identità culturale rappresentata dal possedere l’oggetto stesso. È come se fosse un antidoto alla volatilità della società fluida. Probabilmente anche le giovani generazioni sentono il bisogno di ancorare i loro desideri, le loro passioni ad un oggetto concreto, sentono il bisogno di dedicarsi del tempo. Quindi comprare un disco, ascoltarlo dalla prima all’ultima traccia nell’ordine stabilito dall’artista, commentarlo con gli amici, ecc. Vuol dire dedicare del tempo a se stessi, vuol dire avere cura del proprio tempo e della propria persona.”

Quanto lavoro c’è dietro 70 minuti di girato? Qual è stato il percorso che ha portato a vinilici così com’è oggi?

“Dietro ogni film c’è tantissimo lavoro che gli spettatori non vedono: dalla stesura del progetto alla verifica della sua fattibilità, dalla previsione del budget alla ripartizione dei costi, dalla scelta della troupe alle riprese, al montaggio e alla postproduzione. Un lavoro basato su continue riunioni, continui scambi di opinione, scelte tecniche ed artistiche. Vinilici nasce con un’operazione di crowdfunding con la quale appassionati di vinile hanno contribuito a fornire le risorse necessarie per l’inizio delle riprese. Gli autori hanno suggerito gli esperti da consultare ed intervistare. Il resto è stato tutto quel complesso lavoro di riprese e di montaggio. In quest’ultima fase, come sappiamo, si dà significato al film. Con Paolo Barone della NFI, che stimo moltissimo come montatore, abbiamo trovato le migliori soluzioni per dare forma al documentario con il giusto ritmo e la giusta velocità.”

Non siamo nostalgici, e va bene, ma è una domanda che va fatta: qual è il tuo primo ricordo legato al vinile? (Ed ora, l’ultimo…?)

“Come ho già raccontato, il mio primo incontro con il vinile è stato traumatico. Mio fratello maggiore possedeva quello che allora si chiamava lo stereo, per me inavvicinabile e intoccabile. Un giorno, approfittando della sua assenza e pensando di farla franca, ho ascoltato il mio primo disco in vinile, Take five di David Brubeck. Non andò proprio come speravo, mio fratello se ne accorse e lì fu la fine della mia esperienza con il vinile. Scherzi a parte, nel corso della mia vita ho comprato moltissimi vinili. L’ultimo, in verità, mi è stato regalato pochi mesi fa ed è Graceland di Paul Simon.”

Parte II – Tre domande a Paolo Barone, montatore

“Il montatore è il primo spettatore di un film”, ha dichiarato Marco Spoletini, uno dei più noti montatori italiani che ha lavorato con registi del calibro di Genovesi e Garrone: come si fonde la sensibilità della visione del regista con la creatività del montatore? Nel caso di Vinilici, ti sei trovato a lavorare con un regista e degli sceneggiatori che avevano già un’idea precisa di come immaginavano montato il docu-film, o sei stato lasciato libero di esprimere il tuo punto di vista?

“Condivido anche un’altra dichiarazione di Marco Spoletini, quando sottolinea che il montatore è uno sceneggiatore aggiunto e, soprattutto in documentari che si sviluppano molto su un’idea di base, questo è verissimo: si fa tesoro delle proprie esperienze, si cerca di ottenere il massimo dal girato che si ha a disposizione, si parte con un’idea in mente e si raggiunge un risultato completamente diverso. La mia fortuna sul progetto Vinilici è stata proprio trovare persone molto aperte e non ferme sulle proprie posizioni, quindi sia con Fulvio, il regista, con cui collaboro da tempo e con cui c’è già una grande intesa, sia con Nicola e Vincenzo, gli sceneggiatori, sono stato libero di adottare soluzioni, e devo dire che insieme all’unanimità alla fine abbiamo scelto il cut finale.”

Qual è stata la scena più difficile da montare, e quanto può fare il montaggio per “salvare” una sequenza che ha dei difetti nel girato?

“Il montaggio può fare molto per salvare una sequenza e bisogna fare sempre di necessità virtù, soprattutto perché oggi bisogna sapersi adattare e per i documentari i budget sono più limitati ma è anche un’occasione per sperimentare nuovi linguaggi, ricordiamoci sempre che noi siamo la patria del Neorealismo.

Le scene più difficili da aggiustare più che da montare sono quelle in cui Verdone racconta alcuni aneddoti gustosi della sua passione per il vinile, perché, mentre si girava, la troupe non riusciva a trattenere le risate.”

C’è un episodio in particolare, o un incontro, che rimarrà impresso tra i solchi dei tuoi ricordi?

“Il mio ricordo più bello è di sicuro quello dell’intervista a Verdone, persona di grande umanità e umiltà, ma devo dire che ciò che rimarrà di questa esperienza è vedere quante persone, vip, tecnici, musicisti, artisti, hanno accettato di partecipare a questo progetto, perché oltre ad amare la musica hanno un profondo rispetto per ciò che ha significato e significa ancora oggi il supporto vinile.”

 

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