Bertolucci. “Io vi amavo tutti, quando eravate vivi.”

di Maria Cristiana Grimaldi

All’uscita di The Dreamers mi sono accorto che ci sono due parole che non si possono più usare in Italia, una è “ideologia”, l’altra “nostalgia”. Il film è stato accusato di essere ideologicamente nostalgico del ’68, cosa accaduta anche a Garrel. Il termine “nostalgia” viene usato perciò in senso dispregiativo, dovremmo gettare e dimenticare libri come l’Odissea e la Recherche, costruiti sulla nostalgia… –

Di cosa? Bernardo Bertolucci lo ha sempre saputo. Ce lo ha detto attraverso i film che ha scelto di rappresentare, con i suoi personaggi, rievocando il ’68 parigino, un periodo che secondo lui ha finito per essere sottoposto a revisionismo, cancellata per sempre la speranza dell’ultimo sogno rivoluzionario.
Della spinta vitale, quell’impulso alla lotta che i borghesi raccontati dal regista, quelli di cui facciamo parte, non sentono come proprio. Sono infossati nella loro comoda salvezza, quella di chi non è pronto a rinunciare a niente, soprattutto alla propria vita, in nome di ideali, fantasmi che non infestano più alcun cuore, vani di fronte alla realtà sempre più illusoria di pace apparente, riscaldata nei comodi appartamenti.
A questo punto della storia non esistiamo più in quanto società ma solo come comunità di pochi individui che hanno affari da sbrigare. E lui ha cercato di farcelo sapere. Siamo animali feriti che leccano sangue che non uscirà mai perché non pronti a versarlo. Le gabbie, le nostre case sono le prigioni da cui non vogliamo scappare, sono la comune in Val D’Orcia dove passa l’estate Lucy che racchiude gli ultimi decadenti fasti dell’esteta borghesia stagnante, è l’appartamento di Thèo e Isabelle che ingloba il giovane Matthew, è lo scantinato dove si nasconde il narcisismo di un ragazzo che ha problemi con ciò che gli sta intorno, è un appartamento a Parigi dove si consuma l’intimità di chi è annientato.
L’immobilismo è l’ultima malattia del secolo.
Bertolucci ha voluto dirci che c’è bisogno di più vita, di cambiamento, di una giovane ingenuità che nutre certi istinti. La pelle deve diventare rossa, le porte devono essere aperte, attraversate, e le ferite che ci vengono inferte devono poter sanguinare liberamente, di un liquido vivo, intenso, che sporcando tutto ci fa porre domande in merito alla giustizia delle cose. Un sangue che fa riflettere chi sembra frastornato e fa tornare a vivere chi respira ma è morto.
Questo è soprattutto il compito del cinema da cui deve scaturire la rivoluzione che nutre il pensiero. La pellicola deve sconvolgere, non per la finzione di cui si è capaci, ma per il coraggio di iniettarvi la cruda realtà delle cose.
Quando mi chiamano “Maestro” vorrei sparire. Sono sempre il ragazzino con la cinepresa, quello della poesia.

 

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