La drame, c’est quelque chose qui arrive, le No, c’est quelqu’un qui arrive

di Ilaria Arnone

“Il dramma è qualcosa che succede, il No è qualcuno che arriva”.

Giocando sul doppio significato del verbo “arrive”, “succedere” e “arrivare”, il drammaturgo Paul Claudelle, mette in risalto la sostanziale differenza tra uno degli emblemi del teatro occidentale, il dramma, e questa tipologia di teatro giapponese: il teatro No.

Cosa ci si aspetta, solitamente, quando si va a teatro? Nella maggior parte dei casi il pubblico vi si reca principalmente per farsi raccontare una storia, ma, se volete assistere a una rappresentazione di teatro No, fareste meglio ad avere una visione più ampia: scordatevi di Shakespeare e Pirandello e iniziate a immaginare un teatro in cui la performance è più importante della trama, in cui l’estetica prevale sui contenuti.

Le trame e i personaggi seguono degli schemi fissi e ben precisi, ma ciò che è più importante, all’interno del teatro No, è l’accuratezza nel rendere la performance impeccabile: i movimenti, i gesti, la ripetizione e il ritmo con cui si applicano, richiedono una grande precisione sul palco, tanto che ognuno di essi è come un passo di danza e niente viene lasciato al caso.

Chi studia per diventare “Shite”, il protagonista di questo tipo di teatro, dovrà perfezionare anche il suo modo di camminare, riscontrando, a volte, grandi difficoltà: provate voi a fare qualche passo sulle punte e a velocità ridottissima; vi tremano le ginocchia, vero?

Non si studia per diventarne attori, si studia per assumere un ruolo ben preciso all’interno della rappresentazione, per entrare in una delle maschere fisse del teatro, le quali non permettono alcuna versatilità di ruolo.

L’accuratezza nella realizzazione di questa tipologia di spettacolo non sta solo dietro gli attori, ma riguarda anche l’ambientazione. Basti osservare la realizzazione degli sbalzi spazio-temporali: essi non avvengono solo nella mente dello spettatore, bensì sono messi in scena grazie alla struttura fisica del teatro, che è fissa. La presenza di due pilastri fa sì che si creino tre spazi che rappresentano i passaggi temporali all’interno della storia.

Il tetto si ispira a quello dei templi proprio perché quello è il luogo in cui nasce questa particolare forma d’arte. Cambia la location e passano gli anni, anche i secoli, ma si avverte sempre una sorta di atmosfera religiosa, come se il teatro fosse pronto in qualsiasi momento ad accogliere una divinità che vuole intrattenersi e assistere allo spettacolo.

Al nostro “dietro le quinte”, corrisponde la “stanza dello specchio”, o “kagami no ma”, dove avviene l’impersonificazione dell’attore con il personaggio: qui l’attore smette di essere chi è e diventa un altro, indossando una maschera davanti allo specchio in completa solitudine. Un gesto semplice, ma che cela un significato molto profondo, tanto da riassumere il senso stesso del teatro, inteso come arte che prende l’attore, lo svuota e lo riempie di una vita che non è la sua, solo per qualche ora.

 

 

 

 

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