Andrea Gruccia e “Il tatto delle cose sporche”

di Francesca Caianiello

Vi è mai capitato di leggere un testo ricco di descrizioni e, presi dal vortice di parole, sentire il vostro corpo essere sfiorato? È ciò che succede quando il senso del tatto passa ad essere percepito dal vostro corpo tramite un testo scritto.

È ciò che riesce a fare Il tatto delle cose sporche. Un’ immagine, un corpo, e subito dopo un vortice descrittivo che provoca sensazioni percettive in chi legge, accompagnato da una continua metamorfosi panica del paesaggio.

Il romanzo, pubblicato nel 2016, nasce dalla penna di Andrea Gruccia, abile scrittore torinese. Appartiene alla collana di letteratura erotica della casa editrice Milena edizioni, dove eros e pulsione sessuale vengono analizzati senza mai cadere nell’osceno o nel volgare. Dalla prima all’ultima pagina il lettore avvertirà solo e costantemente tutte le sfumature dell’amore.

L’amore è raccontato in tutte le sue sfaccettature, sotto forma di possesso ma anche di chi ha la forza di lasciar andare. Il protagonista, Simone, è un artista e vive la sua vita come un’inspiegabile e meravigliosa opera d’arte. Attanagliato dai tormenti di un amore passato, cerca di immergersi in nuove esperienze.

Ciò nonostante, il pensiero di ciò che è stato, di ciò che ha squarciato l’anima, torna inesorabile ogni qual volta una donna si avvicini al protagonista. Null’altro che chiunque prova dopo aver amato davvero. Andare ovunque, lasciarsi andare, ma inevitabilmente cadere nei frammenti del ricordo, che logorano l’animo.

L’amore ha milioni di forme, la più grande è il vuoto.

Questo è l’estratto del libro citato sulla quarta di copertina. Una frase breve ma avvolgente e struggente, che riesce a racchiudere in sé ciò che si prova dopo aver subito una rottura traumatica ed essere stati costretti a guardare avanti.

Simone, fotografo e artista, sempre alla ricerca di nuovi stimoli incontra molteplici donne, ma resta sempre fedelmente ancorato alla sua Musa. Musa con la M maiuscola, perché lei ha un nome, è unica e sola: Rebecca. Rebecca è il leit-motiv che accompagna l’intero romanzo, essendo presente con una certa costanza, quasi un capitolo sì e uno no, ma viva ormai solo nella mente del protagonista. È la donna-musa, bella e dannata, gioia e dolore del suo amante. È colei che, non volendo e pur non essendo presente, indirizzerà la vita di Simone. Dopo di lei, tante donne, ma solo tante entrate e uscite di scena, senza che nessuna riesca per davvero a rapirgli mente e anima.

Ci sono persone nelle quali entri dentro senza entrarci e altre in cui non entri mai ma ci sei dentro sempre.

I gesti, i movimenti, i rapporti sono raccontati volgendo l’intera narrazione sul piano sensoriale, facendo sì che il lettore leggendo tali descrizioni si senta lui stesso toccato, sfiorato.

Quando ci si sfiora, in quei pochi centimetri di pelle, passano così tante informazioni che ci si potrebbe confidare senza parlare.

Andrea Gruccia non avrebbe potuto trovare titolo migliore per un romanzo che, oltre la sua voluttuosa storia, riesce a entrare nelle pieghe dell’animo umano e a sfiorarle.

 

 

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