Di Aloe ce n’è una sola?

di Antonio Liccardo

L’Aloe è una pianta straordinaria, ma non è la sola Aloe. E se arriva a toccare i 5 metri di altezza, non è affatto l’Aloe. Cerchiamo di capirci qualcosa.

Una pianta sì miracolosa, ma senza prove adeguate non bisogna avere solo fede.

Già nell’Antico Egitto la regina Cleopatra ne faceva uso abbondante per la sua pelle perfetta. Ci ha anche dimostrato protoscientificamente che l’Aloe nulla può contro il morso della vipera…

Ma di Aloe, a differenza della mamma, non ce n’è una sola.

Passeggiando nell’angolo bio di ogni supermercato intenzionato a fare cassa, avrete sicuramente notato una colonizzazione massiccia di prodotti che sull’etichetta ritraggono questa pianta a forma di carciofo gigante (col quale non condivide nient’altro che la divisione delle Magnoliofite, quindi sono parenti davvero alla larga).

Prendete uno di questi prodotti e leggetene l’etichetta: gel, succo o capsule a base di Aloe sono i prodotti più gettonati.

Girate la confezione e visualizzate gli ingredienti. Spesso troverete questi nomi:

– Aloe barbadensis. Non vi consiglio di denunciare il produttore per frode perché perdereste la causa e sareste derisi dalla comunità botanica: è un altro nome dell’Aloe vera. La pianta ha foglie a forma di lancia, seghettate ai lati, che partono dalla terra nella quale cresce fino a raggiungere il mezzo metro di altezza. Solitamente il suo gel viene inserito in prodotti cosmetici per idratare la pelle e curare piccole scottature.

– Aloe arborescens. Come sopra, ma le foglie partono da un fusto ben piantato nel terreno. Somiglia a una piccola palma che ha passato una nottataccia. La sua linfa costituisce il punto di forza di molti regolatori intestinali e usata per blande infiammazioni localizzate.

In entrambi i casi, allo stato attuale, tali piante vanno considerate come integratori e non alternative alle cure mediche. Spieghiamoci una volta per tutte.

L’Aloe è sempre stata un caposaldo vegetale della medicina orientale, soprattutto cinese e indiana.

Per questo motivo, incuriositi, gli scienziati canonici hanno ben pensato di studiarne gli elementi caratteristici e di testarne gli effetti.

L’aloina (barbaloina), sostanza amaricante utilizzata spesso nelle bevande, assieme all’emodina (aloe emodina), avrebbe un ruolo preponderante nei processi anti-infiammatori, bloccherebbe l’attività dei tripanosomi (quei simpatici parassiti che provocano la cosiddetta “malattia del sonno” o, in casi più fortunati, la morte) e, applicata alla radioterapia, potrebbe ridurre lo sviluppo tumorale.

Il pizzico che vi farà ridestare da questo bel sogno è che, procedendo con ordine, i processi anti-infiammatori sono stati testati solo sui topi, l’attività dei tripanosomi è inibita solo in vitro e, se stimolati dalla luce, questi due composti possono, paradossalmente, stimolare il tumore durante la radioterapia.

Cosa c’è di vero, allora? Che l’antrachinone, presente in grandi quantità nell’Aloe, potrebbe essere un potente lassativo. Che altri derivati dell’Aloe potrebbero interferire con trattamenti farmacologici o a base di erbe, dando problemi alla coagulazione del sangue. Che un uso prolungato di integratori a base di estratto di Aloe potrebbe infiammare il fegato. Continuo a usare il condizionale perché, anche in questi casi, è tutto da dimostrare.

Sta di fatto che con l’Aloe che avete sul poggiolo di casa qualcosa di buono potete sempre ricavarlo. Vi do una dritta.

Staccate le foglie più gonfie e ricavatene il gel interno come se steste per preparare un pesce all’acqua pazza: eliminate i due strati di foglie e i due lati dentellati, facendo attenzione a non lasciare pezzetti verdi nel gel ricavato.

Se state soffriggendo perché il sole vi ha cotti a puntino e avete dimenticato la protezione solare, spalmatevi il pezzo di gel come se fosse una saponetta, visto che appena raccolto rimane solido e più pratico da utilizzare. Se preferite usarlo sotto forma di crema idratante dopo esservi struccati, frullatelo e conservatelo in frigo; dopo 3-5 giorni diverrà rosso: buttatelo via perché si è ossidato e non avrà più effetto.

Attenzione, però, se siete allergici a cipolla, aglio, asparagi e altre Liliacee (famiglia con la quale il genere Aloe condivide buona parte del genoma) potreste gonfiarvi come zampogne.

E, soprattutto, non confondetevi con un’altra pianta che a occhi meno esperti risulta bella come l’Aloe ma assai dispettosa: il suo succo è urticante!

Quindi, se in giro per i parchi vi imbattete in un’Aloe alta quanto un palazzo, non avete trovato una fonte infinita di idratante cutaneo, ma l’Agave, così simile all’Aloe che i botanici del Cinquecento la chiamarono “Aloe americana”. Addirittura lo storico Pietro Martire d’Anghiera, qualche decennio prima, scambiò l’Aloe per una palma, probabilmente aveva visto la iucca, che fa sempre parte della famiglia delle Agavacee.

Piccolo trucco per riconoscere l’Agave: le foglie hanno sfumature bluastre-grigiastre. E non vi azzardate a odiarla: ringraziate l’Agave blu se sul pianeta esiste un distillato chiamato “tequila”!

 

 

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