L’amore che sfugge di mano – La rovinosa adolescenza di George Orwell

di Marzia Figliolia

Esistono le sviste, i fraintendimenti, gli errori imperdonabili e le catastrofi; e la differenza probabilmente non la fa tanto la gravità dell’azione, quanto il tempo che occorre per perdonarla.

Nell’estate del 1914, una famiglia inglese trovò nel proprio giardino un ragazzino appeso a testa in giù, il quale, interrogato sulla strana posizione, rispose: “La gente fa più caso a te se stai a testa in giù, piuttosto che se stai dritto!”.

Il ragazzino era l’undicenne Eric Blair, oggi più conosciuto con lo pseudonimo di George Orwell, e la famiglia era la famiglia Buddicoms, i cui tre figli – Jacintha, Prosper e Guinever – divennero i compagni di giochi estivi di Eric.

Tra i tre, fu la poetessa in erba Jacintha, di due anni più grande, a rubargli il cuore e presto, nel corso delle tante estati passate insieme, tra i due nacque quell’amore romantico e impacciato, tenero e appassionato, gonfio di adolescenza, fatto di bigliettini segreti, baci casti e promesse ridicole.

Ma nell’estate del 1922 accadde qualcosa, qualcosa che pose improvvisamente fine all’affettuosa complicità coltivata dai due ragazzi e che sarebbe rimasto un segreto per decenni, fino a dopo la morte di Jacintha nel 1994 e mezzo secolo dopo quella di Orwell.

Nel 2006, infatti, la cugina di Jacintha, Dione Venables, aggiunge alla postfazione del libro Eric&Us (una raccolta di lettere tra la famiglia Buddicons e lo scrittore) una storia destabilizzante: sebbene Eric fosse un adolescente goffo, decisamente poco incline alla violenza – e nonostante poi sarebbe finito per diventare, con la maturità, ciò che si può definire un femminista – durante quell’estate del 1922, poco prima della sua partenza per Burma, di fronte all’ennesimo “no” di Jacintha, che non si sentiva pronta a portare il loro amore acerbo sul livello sessuale, Eric l’aggredì.

Successe tutto in una manciata di secondi. L’afferrò per una spalla, lasciandole un grosso livido, e le strappò la gonna, prima di tornare in sé e rendersi conto che lo strappo di quella gonna non era niente, al confronto della lacerazione che lui stesso aveva appena causato nella loro relazione.

Pieno di vergogna, Eric partì per Burma pochi giorni dopo, e avrebbe poi passato il resto della sua vita tentando senza successo di riparare a quell’episodio fatale: al suo ritorno, cinque anni dopo, corse dai Buddicons con un anello di fidanzamento nel taschino della giacca, deciso a chiedere la mano di Jacintha, a pregarla di perdonarlo, disposto a fare qualsiasi cosa per lei nel ricordo della tenerezza degli anni passati assieme.

Ma Jacintha non c’era. Non ci sarebbe più stata, nemmeno quando lui riuscì a convincere uno dei suoi fratelli a dargli il suo numero londinese, nemmeno dopo una serie lunghissima di lettere a cui non ricevette mai risposta.

Tutto quello che rimase di lei fu l’ispirazione che non Eric, ma George, George Orwell, utilizzò per cucirle attorno i suoi personaggi femminili. Nei suoi romanzi Jacintha è ovunque, è chiunque: particolarmente è Julia in 1984.

Nel suo cuore, Jacintha non trovò mai la forza per perdonarlo, ma nemmeno riuscì a scrollarsi di dosso il rimpianto per non averlo fatto. Ci provò nel febbraio 1949 quando, nel giorno di San Valentino, indirizzò una lettera al sanatorio nel quale era ricoverato Orwell, ormai da tempo malato di tubercolosi.

Ritrovarsi fu dolce, Eric le promise che appena uscito sarebbe andato a trovarla a Londra, ma ciò che accadde subito dopo rende il finale amaro: le sue condizioni, infatti, peggiorano improvvisamente, e poco dopo Eric morì.

Nel 1972, in un’altra lettera, stavolta indirizzata ad una parente lontana, Jacintha riflette ancora, dopo tanti anni, su quel suo amore di adolescente e forse di tutta una vita, e lo spiega in modo semplice e commovente, come se avesse ancora 13 anni, ma con la saggezza di una donna che alla fine ha vinto anche la sua rabbia: “Mi ci sono voluti letteralmente anni per realizzare che siamo tutti creature imperfette, ma che Eric… Eric era meno imperfetto di chiunque altro io abbia mai incontrato”.

 

 

In foto: illustrazione di Jonathan Burton per 1984

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