Sharing is caring. La terapia di gruppo, la sua storia e i suoi sviluppi

di Ferdinando Ramaglia

Nei film molto spesso vengono citati gruppi come “gli alcolisti anonimi” o, ad esempio, “il club delle madre single” e così via. Generalmente, in questi incontri, chi vi partecipa tende condividere la propria situazione con altre persone che hanno vissuto le stesse esperienze di vita e quindi, banalmente, “sanno come ci si sente”.

La condivisione di un’esperienza comune risulta un potente mezzo per un ascolto efficace tra i membri del gruppo, oltre ad essere la prima motivazione per la quale le persone cercano di far fronte al senso di solitudine che spesso si prova a fronteggiare situazioni particolarmente pesanti dal punto di vista emotivo.
Ma non si condividono solo storie, anche progressi o fallimenti; si fa un cammino insieme e ci si supporta. Il gruppo dunque diviene un mezzo per la terapia.

Ma facciamo un po’ di retroterra storico sulla terapia di gruppo. Quando e come è nata? Come si è sviluppata?
Il primo gruppo terapeutico fu opera di H. J. Pratt negli Stati Uniti nel 1905, che riuniva pazienti affetti da tubercolosi, da allora nacquero molti gruppi formati da persone che condividevano il vissuto di una determinata patologia. Più avanti, dal 1920 in poi furono sperimentate diverse applicazioni della terapia di gruppo, come l’uso dell’arte come terapia ad opera di Altschuler.

Sicuramente le terapie di gruppo più particolari e più immediatamente efficaci sono legate al mondo dell’arte e della musica.
Infatti, L’Artistic Music Therapy è una di queste. Tale terapia di gruppo ha lo scopo di far emergere quelle insicurezze, a cui non si riesce a dare né un nome né una forma, attraverso la musica.

I processi psicologici che questa forma di terapia mette al centro sono quello della simbolizzazione e della sublimazione, non limitandosi alla semplice verbalizzazione, ma attribuendo un “suono” alla propria forma di sofferenza.
Lo stato di confusione presente davanti al dolore diventa il primo strumento verso la creatività.

Attraverso la composizione musicale, l’individuo riesce a gestire forti emozioni, come l’aggressività, la rabbia, la tristezza e così via, tramutandole da forme di sofferenza ad elementi basilari e necessari per la creazione della propria musica. Ma non si ferma a questo; non solo si ha modo di aver a che fare con le proprie emozioni in modo diretto, ma si aumenta anche la propria autoefficacia, fornendo alle persone la possibilità di rivalutarsi e riscoprirsi, ma in questo caso con qualcosa in più.

Importantissima per questa forma di terapia è l’improvvisazione, dove viene dato libero sfogo alla propria forma d’arte.
Nel setting – cioè il modo in cui viene strutturato l’incontro – di gruppo il terapeuta seleziona uno strumento e funge da modello per gli altri o incoraggia i partecipanti con la propria improvvisazione allo scopo di far emergere quello che vogliono esprimere, che sia esso nella danza, nel canto o nel suonare uno strumento.

E la tua musica com’è? Non è mai troppo tardi per imparare.

 

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