Il sogno della madre di Dante

 di Raffaele Iorio

“Trattatello in Laude di Dante” è un’opera commemorativa di Giovanni Boccaccio. Tra i primi biografi del “Sommo”, Boccaccio unì elementi reali con alcuni aspetti fantasiosi. Tra questi, un posto d’onore lo riserviamo al sogno di Gabriella degli Abati.

È risaputo, Boccaccio in quanto a fantasia è tra i massimi geni di tutti i tempi, ma questa piccola peculiarità a volte può avere delle conseguenze: ci si lascia trasportare troppo dagli elementi soprannaturali che ci vengono raccontati.

Il Trattatello in Laude di Dante non fa eccezione. Accanto ad elementi reali, che il Boccaccio ha parsimoniosamente raccolto dalle testimonianze di chi ha conosciuto in vita il poeta, si susseguono episodi fantastici a lui raccontati. Così nel testo si leggerà di uno strano sogno premonitore:

Pareva alla gentil donna nel suo sonno essere sotto uno altissimo alloro, sopra uno verde prato, allato ad una chiarissima fonte, e quivi si sentia partorire uno figliuolo, il quale in brevissimo tempo, nutricandosi solo delle orbache, le quali dello alloro cadevano, e delle onde della chiara fonte, le parea che divenisse un pastore, e s’ingegnasse a suo potere d’avere delle fronde dell’albero, il cui frutto l’avea nudrito; e, a ciò sforzandosi, le parea vederlo cadere, e nel rilevarsi non uomo più, ma uno paone il vedea divenuto. Della qual cosa tanta ammirazione le giunse, che ruppe il sonno; né guari di tempo passò che il termine debito al suo parto venne, e partorì uno figliuolo, il quale di comune consentimento col padre di lui per nome chiamaron Dante.

Il testo appena citato compare nel secondo capitolo del Trattatello in cui sono spiegate le origini del poeta e i suoi studi. Boccaccio traccia un percorso genealogico che si conclude con Gabriella degli Abati, madre del poeta.
Gabriella, si dice, prima di partorire ebbe un sogno premonitore.

È così che Boccaccio introduce la vicenda per poi chiarirla molte pagine dopo, precisamente nel capitolo intitolato: “Spiegazione del sogno della madre di Dante e conclusione”. E ciò che ci rivela è in piena conformità con l’abitudine mistificatrice del Medioevo.

Gabriella partorisce Dante ai piedi di un alloro che nutrendosi delle bacche della pianta e dell’acqua di una fontana diventa un pastore. Se da un lato l’alloro simboleggia la poesia, dall’altro la fonte è allegoria della filosofia. Così come il cibo ha bisogno dell’acqua per essere digerito, allo stesso modo la poesia deve avvalersi della filosofia. Ma è a questo punto che il sogno si intensifica. Il pastore, simbolo di guida, cade e diventa un pavone. La caduta è morte e l’animale non è altro che immagine della Divina Commedia.

Come le piume angeliche dell’animale la bellezza dei canti, così come i piedi sudici che calpestano il terreno il linguaggio volgare, fino alla carne incorruttibile di entrambi e al verso sgradevole del pavone: simbolo della condanna agli uomini della terra inserita nella Commedia.

E così con la fine del sogno, avviene un fatto eclatante, Dante ottiene la cosa che più ha desiderato in vita dopo la morte: l’incoronazione a poeta.
Infatti è noto il triste esilio e Boccaccio lo racconta, in un altro luogo del Trattatello, inserendo tutto lo struggimento del poeta.

 

 

 

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