Un gesto futile e stupido

di Matteo Vitale

-Io penso che questa situazione richieda che qualcuno faccia un’azione assolutamente futile e stupida… Si tratta solo di stabilire quale.
E siamo noi i più adatti per farlo.

Se non fosse già il biglietto da visita della commedia cult per eccellenza andrebbe usata come manifesto filosofico di chi non prende la vita troppo sul serio.

Già, di questi tempi ce ne sarebbe proprio bisogno. Soprattutto oggi che fingono tutti di essere utili e “maturi”. Questa frase definisce perfettamente lo stile e la personalità di uno dei più grandi geni comici del Novecento: Mr. Lampoon, Doug Kenney. Il suo stile ricorda quello di un altro ubriacone, misantropo e geniale, il Barney di Richler che chiamava la sua società di produzione televisiva “Totally un-necessary production”. Doug Kenney è stato fondatore e promotore della rivista satirica National Lampoon che era il risultato accidentale di un mix di volgarità, marijuana, lsd, cocaina, prostituzione e una forte mancanza di freni inibitori e pudore.

Doug Kenney nasce a Palm Beach in Florida e dopo una giovinezza passata a trasferirsi da uno Stato all’altro degli Usa, approda ad Harvard dove inizia una collaborazione con il socio storico Henry Beard per la Harvard Lampoon. Presto pubblicheranno un romanzo-parodia a quattro mani de Il signore degli anelli dal titolo Gli annoiati degli anelli che riscuoterà un discreto successo in facoltà e diventerà il punto di partenza della rivista. Per capire come venivano preparati gli articoli e come veniva portata avanti la rivista ci affidiamo alle parole di Henry Beard:

“Quello che facevamo era bere tantissimo, fare festa, svenire, svegliarci il mattino dopo e scrivere il pezzo. Così avevamo un numero nuovo al mese”.

In questo stato di delirio permanente non risparmiavano nessuno e colpivano indiscriminatamente morti, donne, animali, neri, bigotti, poliziotti, politici da Che Guevara a Hitler, da Van Gogh a Nixon e chiunque fosse felice di rasentare la decenza. Nessuno veniva risparmiato. Ovviamente, tette a volontà. Erano un trionfo di situazionismo estremo, surrealismo volgare e patafisica letteraria. Impossibile non amarli. Qualcuno si domanderà cosa hanno di speciale questi disadattati fieri delle proprie mancanze. Ebbene da questa bolgia chimica infernale è stata prodotta la covata malefica della più grande generazione di comici degli ultimi tempi. Parliamo di gente come Bill Murray, Harold Ramis, Chevy Chase, John Landis e poi il mostro sacro, l’animale raro, la leggenda vivente: John Belushi.

Netflix ha appena prodotto un film biopic (passato un po’ in sordina) sulla vita di Doug, dove ci sono tutti, chiamato appunto A futile and stupid gesture. Riesce a restituire quell’atmosfera da circo grottesco che nessun gruppo politico, religioso o civile potrebbe mai accettare. Erano considerati orgogliosamente disgustosi e inutili da qualunque maggioranza.

Questa rivista, oggi, sarebbe chiusa dopo il primo numero. L’unica regola che c’era in quella redazione era non avere freni, continuare a precipitare in picchiata fino a schiantarsi. Lo show era proprio quello, vedere come scoppiavano in aria nell’urto dopo un salto futile e stupido. Si godevano l’epoca d’oro degli anni ʹ70 con la libertà creativa scriteriata e una cultura pop dilagante. Non c’era più l’impegno, l’appartenenza e la voglia di migliorare il mondo. Dopo la delusione c’era solo la voglia di spaccare tutto oppure di non prendere niente sul serio tanto nulla sarebbe cambiato. L’equivalente musicale italiano di quegli anni erano gli Skiantos. Infatti il ʹ77 era l’anno dello schianto del sogno e non c’era più la gioiosità pacifista che aveva lasciato il posto alla volontà auto-distruttiva fine a se stessa che rappresentava la fine di un’epoca e chi lo sa forse di una civiltà. Quelle reazioni sconsiderate erano le uniche possibili quando vedi cadere tutto quello in cui avevi creduto. Il mito del selvaggio scatenato era al suo apice e nessuno meglio di loro riuscì ad interpretare quello spirito disincantato. Erano tipi che oggi se andasse bene sarebbero considerati disgustosi come Charlie Hebdo e se andasse male verrebbero demonizzati in quanto etichettati come alfieri della satira alt-right. Negli Usa a causa del puritanesimo isterico imperante, semplicemente non potrebbero più nascere. Immaginate oggi la reazione dei paladini del bene social ad una copertina con un cane che ha una pistola puntata alla tempia e la didascalia “Se non comprate la rivista uccidiamo il cane”.

Doug Kenney però non fu solo il padre spirituale della rivista più dissacrante d’America. Fece qualcos’altro, quello che potremmo definire il suo manifesto ideologico. Un’opera che per chi ama tipi così è ritenuta sacra. Quando credi che tutto vada male e che sia finita non c’è nulla di meglio che rivedere quella scena… “Finita? Hai detto finita? Qui non finisce proprio un cazzo se non lo decidiamo noi […] è forse finita quando i tedeschi hanno bombardato Pearl Harbor?” Molti avranno già capito a quale film ci si riferisce. L’insuperabile Animal House che consacrò John Belushi come icona della (de)generazione e Doug Kenney come leggenda.

Doug Kenney prese in giro tutta quell’ipocrisia americana convinta di essere il bene, il meglio e l’avvenire desiderabile. Oggi quell’atteggiamento è diventato egemonia, per questo ci manca tantissimo uno come Doug. Odiavano l’America pulita e pettinata degli annuari, dove sono tutti impeccabili e guardano con disapprovazione chi non segue il loro buon esempio. Non oso immaginare quanto avremmo riso a vedere Doug Kenney dissacrare quest’ultima ondata isterica-puritana. Gente che farebbe diventare Che Guevara fascista e Martin Luther King del KKK.
Sarebbe bello vedere un paladino del bene da social provare a mettere limiti a gente così. Finirebbe come per Nidermeyer in Animal House.

Chi bada alla propria reputazione, chi tiene alla propria faccia, chi ama sembrare impeccabile, chi ama reputarsi inserito e ammirato difficilmente capirà mai questi tipi che facevano della propria inettitudine un vanto e uno stile insuperabile. È quasi commovente che dedichino la loro vita allo sberleffo più che alla serietà. Non vuol dire che dovrebbero farlo tutti ma se non c’è più nemmeno un tipo così in giro vuol dire che la civiltà è in pericolo.

Un altro tipo così era Andy Kaufman che venne interpretato magnificamente da Jim Carrey in Man on the moon ma questa è un’altra storia (folle).

Alla National Lampoon vigeva l’imperativo del sergente Hartman in Full Metal Jacket: “Qui vige una e una sola regola: non conta un cazzo nessuno”. Una comicità diversa da quella ebraica-newyorkese che è più sottile ma comunque fenomenale nel suo sarcasmo nichilista.

Doug Kenney era uno dei maggiori esponenti di quello spirito acido-anarcoide che ha donato all’umanità personaggi fenomenali come il Dr. Gonzo Hunter s. Thompson o quel pazzo visionario di Philip K. Dick. Hanno provato a inserirli in qualche categoria politica, filosofica o religiosa ma sono troppo sfuggenti per trattenerli da una parte sola e per questo non li prende sul serio nessuno, loro in primis.

 

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