Un film tra il Vecchio ed il Nuovo testamento: Madre!

di Marianna Allocca

Il film del regista Darren Aronofsky si presenta come un’opera divisa in due parti: la prima in cui domina un horror psicologico e intimista, e la seconda che diventa barocca e massimalista. Accosta temi e situazioni che suscitano un’ansia quasi rabbiosa di provocazione visiva, ma le allegorie di Aronofsky hanno una grande valenza simbolica.

Si potrebbe dire molto sul film di Aronofsky perché, in poco più di due ore, la densità di avvenimenti ed emozioni è davvero alta. Un film che richiede uno sforzo allo spettatore, quello di oltrepassare gli avvenimenti che si susseguono nella trama, trasportando il tutto in un vasto immaginario fatto di simboli. Eppure, nonostante la partecipazione che la storia richiede al suo pubblico, Madre! è un film che dà molto. Induce ad un’attenta e profonda riflessione.

I due attori protagonisti, Jennifer Lawrence e Javier Bardem, sono perfetti per i ruoli che interpretano nel film. Lei, così eterea nell’aspetto e nei comportamenti, è l’emblema della donna angelicata, dell’amore puro e incondizionato. Lui, invece, è un artista con grandi aspirazioni che ama la casa in cui vive, ma allo stesso tempo è smanioso di riempirla di nuove presenze, di connessioni emotive e avvenimenti. La storia viene raccontata principalmente dal punto di vista della donna; ciò è sottolineato dalle scelte registiche. La macchina da presa, infatti, concede ben poche inquadrature ampie, soffermandosi principalmente su Jennifer Lawerence con continui primi piani e dettagli. Una scelta attuata per confidare in una partecipazione molto sentita dello spettatore alle inquietudini della protagonista e alla sua sofferenza, in contrapposizione al comportamento inaccettabile dell’uomo.

Il regista dichiara: “Ci sono elementi completamente biblici che mi hanno sorpreso, alcune persone li hanno colti immediatamente, altre non ne hanno avuto idea e penso dipenda esclusivamente dal modo in cui siano state educate. La struttura per il film è stata la Bibbia, utilizzandola come un modo per discutere di come gli esseri umani hanno vissuto qui sulla terra. Ma doveva essere anche ambigua, perché non è una storia, è qualcosa di più strutturale. Molte persone non stanno guardando il quadro completo, ci sono molte piccole cose ed Easter Eggs e come le cose si collegano tra di loro penso che sia parte del divertimento di eviscerare il film. Ho iniziato con le tematiche, l’allegoria; ho voluto raccontare la storia di Madre Natura dal suo punto di vista. Mi sono anche reso conto che renderla una persona che si occupa della sua casa e che si occupa del suo uomo creava un legame, che c’era una connessione. Quindi, questo è il tema da cui sono partito, ho scritto la storia, che è diventata una storia molto umana su questa coppia che viene invasa da queste orde. E poi mentre giri un film ritorni sempre a quei temi originari e inizi a capire: come posso esprimere questa cosa visivamente e acusticamente con tutti i diversi strumenti che ho a disposizione come regista? Quindi è qualcosa di circolare, più o meno”.

A proposito di metafore bibliche, bisogna dire che sono davvero tante e l’elenco da stilare è abbastanza lungo: Jennifer Lawrence rappresenta Madre Terra insieme alla casa che simboleggia il microcosmo rappresentante il pianeta terra, di cui Madre Terra si prende cura. Javier Bardem, invece, è Dio. Uno scrittore che deve scrivere il testo sacro della sua religione. Il luogo in cui scrive, dove lui non vuole che entri nessuno, è il giardino dell’Eden, più precisamente, rappresenta l’albero del Giardino dell’Eden che non deve essere toccato da nessuno. Inizialmente Madre Terra e Dio sono soli e tranquilli, fino all’arrivo dei primi ospiti (Ed Harris e Michelle Pfeiffer) i quali rappresentano Adamo ed Eva. I loro figli sono Caino e Abele, infatti uno dei due uccide l’altro.

Per quanto riguarda la simbologia del cristallo rotto, questo sta a rappresentare il “frutto proibito” mangiato da Adamo ed Eva. Ansiogeno è l’arrivo di tanti ospiti, in quantità sempre più elevata e con comportamenti sempre più fastidiosi, intrusivi e distruttivi: essi sono l’umanità, l’insieme degli esseri umani che popola la terra, ma l’umanità è costituita da coloro che si macchiano di fanatismo e guerra, che porterà alla distruzione del pianeta. Significativo è ciò che accade dopo la rottura del lavandino (cioè il diluvio universale) quando il personaggio della Lawrence rimane incinta e insieme al poeta vive un’esistenza pacifica dopo aver esiliato gli “intrusi”. Una volta che il poeta finisce però il suo nuovo poema, un’orda di sconosciuti ripiomba nella casa, acclamandolo con lodi. Il nuovo poema è un’analogia al Nuovo Testamento della Bibbia ed è caratterizzato da guerra, violenza e creazione della religione.

Quando giunge il momento di far nascere il loro bambino, la madre e il poeta si ritirano nel suo ufficio al piano superiore, che è – ricordiamo – il Giardino dell’Eden/Paradiso. La madre partorisce, ma rifiuta di lasciare che il poeta prenda il bambino e lo porti in mezzo agli spettatori adoranti al piano inferiore. Purtroppo, poiché la privazione del sonno ha, alla fine, la meglio su di lei, il poeta le strappa il bambino dalle braccia e lo dà alla gente. Il bambino, in questo caso, è Gesù Cristo.

Coloro che hanno familiarità con il Nuovo Testamento sanno cosa sarebbe venuto dopo: il poeta dà il suo bambino alla gente, che poi lo uccide con violenza (si pensi alla crocefissione di Gesù). La madre è sconvolta, addirittura impietrita quando le persone iniziano a mangiare il bambino mentre piangono (consumare il corpo di Cristo come nella “Comunione”, durante la quale si ricorda il sacrificio del figlio di Dio per i nostri peccati).

Sul finale la Lawrence mostra di essere una delle tante Madre Terra che Dio ha creato in una sorta di “eterno ritorno” tanto caro a Friedrich Nietzsche.

Madre! è stato oggetto di molte critiche, infatti in tanti hanno sottolineato la tremenda crudezza di alcune scene e l’esagerazione simbolica e barocca di concetti in fin dei conti semplici. Nonostante ciò, la vera forza del film sta proprio nel creare un’oppressione, un disturbo e perché no, un’esagerazione del tema.

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