La madre è lo specchio dell’uomo

di Ferdinando Ramaglia

Il punto di partenza della nostra vita è dove siamo stati generati, o meglio, da chi siamo stati generati: nostra madre. Ma la venuta al mondo dell’essere umano non è poi così felice; certo sono felici i genitori, ma il bambino piange, si dispera.

Perché? Il bambino nasce, dice Freud, da un’angoscia tossica. Dall’ambiente ideale, perfettamente a misura del bambino, al mondo esterno, così grande, a primo impatto già imperfetto, non si respira come nel grembo materno. Dunque, avviene il primo grande lutto della madre come contenitore di vita, ma poco dopo la gracile creatura torna al nido sicuro: le candide mani della mamma avvolgono il bambino.

Sono proprio queste mani ad essere il primo volto della madre, come dice Massimo Recalcati. Queste soccorrono il bambino. Questo gesto, il rispondere alle esigenze del bambino, è per lui vitale, nel vero senso della parola!
A tal proposito René A. Spitz condusse una ricerca negli orfanotrofi, e constatò che i bambini che ricevevano cure anonime, dalle operatrici delle strutture, morivano di marasma, uno stato di deperimento organico.
Questa ricerca significò molto per i seguenti studi che furono condotti sulla relazione madre-bambino, perché misero in risalto che solo la cura particolareggiata, esclusiva della madre ci rende vivi.

Ma la madre non è solo nelle mani, è anche negli occhi. È attraverso questa che noi vediamo il mondo e noi stessi: è il primo grande specchio in cui intravediamo la nostra figura. Infatti come sottolinea Recalcati:

“Il bambino incontra il mondo nello sguardo della madre”.

Dall’altra parte però, come dice Winnicott, il bambino è un piccolo meteorologo: in base a come è “il tempo” della madre, egli si sintonizza. Infatti le madri cupe, depresse e psichicamente instabili, mandano proprio questo messaggio al figlio, trasmettendo una chiusura del mondo.

Una buona madre però è anche quella che lascia andare il figlio, che non lo rende schiavo della propria persona; questa deve tanto curare e accudire il figlio, quanto insegnargli a essere più autonomo, a farlo camminare sulle proprie gambe.

Molte patologie come l’anoressia e la bulimia hanno come fondamento un rapporto madre-figlio complesso e poco funzionante. Come ci spiega Recalcati nel suo libro Il segreto del figlio:

“[…] potrei dire che le due figure tipiche della famiglia anoressico-bulimica sono quelle della madre-coccodrillo e quella del padre-amante. La madre-coccodrillo divora il frutto del proprio ventre, lo tiene tra le fauci, non lo lascia andare, lo vuole tutto per sé. È la madre cannibalica che troviamo spesso nei sogni delle nostre pazienti e che assume le forme più terribili: balena divoratrice, orca tirannica, mangiatrice di fuoco, fiera insaziabile, tigre spaventosa, pattumiera vivente, aspiratutto gigante… È una madre che ha abolito totalmente il suo essere donna. Poiché come donna la sua esistenza ha subito degli scacchi profondi, sarà come madre che cercherà di compensare i suoi fallimenti. Sarà allora una madre, tutta, madre. Alleverà, curerà, vestirà, parlerà alla sua creatura soffocandola di attenzioni solerti. Ma senza che nessuna di queste sia mai un vero dono d’amore. La sua preoccupazione sarà sempre quella di tenere tra le sue fauci ciò che vive come una sua proprietà esclusiva.”

Per questo motivo è importante che questa figura, in quanto madre, non si dimentichi di esser donna e ricordi che ciò che ha generato è altro da sé. Certamente, lasciar andare via un figlio è un’assenza, ma non lasciarlo andare, “tenerlo tra le fauci”, vuol dire morte, oppressione e possesso.

Quale madre sceglierebbe la morte piuttosto che la vita?

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi