L’eco delle canzoni occitane

di Federica Auricchio

“Pecché sta primmavera, a te me fa’ penzà, chissà addo staje stasera, si m’aje scurdato già” cantava il chitarrista napoletano Pino Daniele, che con le sue canzoni ha fatto e farà ancora sognare. Perché si sa, quando si ama è sempre primavera: gli uccelli cantano, i giardini rinverdiscono e i ruscelli si schiariscono. Lo insegnano i trovatori occitani, come Guglielmo IX d’Aquitania in “Pos vezem de novel florir”.

La canzone si apre con il topos dell’esordio naturale, primaverile precisamente, in cui il poeta guarda la natura e la mette in rapporto con il suo stato d’animo e la sua condizione. Guglielmo, in questa poesia, dice praticamente: il mondo naturale è pieno di gioia, quindi è giusto che ciascuno pensi a ciò che più ama. Il paesaggio, dunque, felice o triste, è messo dai trovatori in rapporto di similitudine o contrasto con i propri sentimenti.

L’esordio può essere anche rovesciato: alla primavera può sostituirsi l’inverno e, a immagini di gioia, si sostituiscono paesaggi desolati. La primavera, spesso, non è amica ma nemica degli amanti. Ricordiamo, ad esempio, la canzone: “che fretta c’era, maledetta primavera” cantata con rabbia da Loretta Goggi.

Gli innamorati vorrebbero stare sempre insieme, trascorrere i loro giorni in compagnia l’una dell’altro, condividere gli stessi spazi e vivere mille emozioni. Per alcuni, però, non è così: “Bels amics, avinens e bos, cora•us tenrai en mon poder, e que iagues ab vos un ser, e qe•us des un bais amoros?”  (Bell’amico, amabile e buono, – a che ora – quando vi avrò in mio potere? Potessi giacere con voi una sera e darvi un bacio d’amore!), questi versi, scritti dalla Contessa di Dia – sì, ci sono anche delle trovatrici e devo dirvi che sono molto più concrete degli uomini – ci insegnano proprio che gli amanti non hanno bisogno di molto tempo, tante volte anche solo pochi giorni, una sera o perfino poche ore bastano, per far sì che siano felici: “un’ora sola, ti vorrei, io che non so scordarti mai” saggiamente cantava la misteriosa Fedora Mingarelli.

Molti poeti però rifiutano gli esordi tradizionali dichiarando di non volersi ispirare alla natura ma ad altro, come Raimbaut d’Aurenga, che nella prima stanza di “Non chant” nega gli elementi comuni alla tradizione occitana. Il trovatore afferma che non canta per la natura, né per nessun’altra gioia, ma solo per la sua donna. Raimbaut in questa canso fa riferimento a un mito letterario, quello di Tristano, per sostenere la sua versione dell’amore cortese. La sua dama è su di lui signore cioè padrona nonostante sia destinata a un altro uomo: l’amore del poeta è un amore inarrestabile, proibito, non razionale, come se fosse causato da una forza naturale o da un potere magico. Spesso, le amanti, ricorrono a dei filtri per possedere i loro compagni “I put a spell on you… because you’re mine” cantava, con la sua voce graffiante, la pianista Nina Simone e, infatti, Raimbaut ha “bevuto” l’amore che gli è stato offerto dalla dama, come Tristano ha bevuto il filtro portatogli da Isotta mentre la conduceva dal re.

Ma l’amore non scorre liscio come l’olio, c’è sempre qualcuno dietro l’angolo ad ostacolarlo, come l’oncle Marco, zio di Tristano, l’ostacolo per l’eccellenza, o semplicemente il vociferare della gente. Però, i veri amanti, riescono a superare ogni pericolo, a far vincere il loro amore su tutto e a perdersi per ritrovarsi, sempre: “Ti aspetterò, ti scriverò, ti perderò, ancora mille volte e ancora. Ti scorderò, ti rivedrò, ti abbraccerò, di nuovo per ricominciare” canta, romanticamente, Max Gazzé.

Però non tutti gli amori hanno un lieto fine e, quando un amore finisce, spesso non si ha più la voglia di cantare, come succede a Bernart de Ventadorn in “Can vei la lauzeta mover” rinunciando all’amore, alla gioia e alla poesia. Proprio perché, quando finisce un amore, “vorresti cambiare faccia, e vorresti cambiare nome e vorresti cambiare aria, e vorresti cambiare vita, e vorresti cambiare il mondo ma sai perfettamente che non ti servirebbe a niente, perché c’è lei, perché c’è lei, perché c’è lei, nelle tue ossa, perché c’è lei, nella tua mente, perché c’è lei nella tua vita e non potresti più mandarla via”, suggerisce Cocciante.

Lei che è volubile; lei che è immorale, ingannatrice, crudele; lei che si è comportata male ma che resta sempre bellissima. L’aspetto esteriore della mala domna, infatti, non è mai criticato dai trovatori, come se ci fosse un muro nell’attacco midons che non è possibile scavalcare. Giustamente – forse non tanto giustamente – la femmena amata può essere cattivissima però… “Femmena, si ddoce comme ‘o zucchero, però ‘sta faccia d’angelo, te serve pe ‘ngannà. Femmena, tu si ‘a cchiù bella femmena, te voglio bene e t’odio nun te pozzo scurdà” cantava Totò e, qualche anno dopo, “Mi ritorni in mente bella come sei forse ancor di più. Mi ritorni in mente, dolce come mai, come non sei tu. Un angelo caduto in volo, questo tu ora sei, in tutti i sogni miei. Come ti vorrei, come ti vorrei”, accompagnato dalla sua chitarra, tristemente, cantava Battisti.

Fondamentalmente, ieri, come oggi, l’amore è la chiave di volta che regge la nostra vita: che sia nel vivo della passione o che sia come un fiore strappato via da un aratro ai margini del prato; che sia accettato da tutti o che sia ostacolato da uno zio, un amico o dal vociferare delle malelingue; che sia privato, nascosto o pubblico; che sia fedele, traditore o tradito; che si abbiano le forze o meno: l’amore viene sempre cantato.

Oggi, come allora, trovatori, cantanti e poeti dedicano versi ai loro amanti, che siano d’elogio o di vituperio, l’amore è sempre lì a colorare le nostre giornate.

Perché l’amore non è altro che uno spiraglio di blu che illumina la nostra esistenza.

 

Disegno di Giuseppe Jo Forcione

Foto di Lorenzo Vitale

 

 

 

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