Rileggere l’Eneide oggi

di Domenico Chirico

L’Eneide resta, per molti, legata ai ricordi delle scuole medie e alla professoressa di italiano che nella confusione di fine anno – in coda all’Iliade e all’Odissea – ci presentava l’opera come il continuum letterario del poema epico nel mondo latino.
Questa visione, spesso ripresa negli anni del liceo, è per lo più falsata. Qualcuno direbbe che c’è un mare magnum tra le opere omeriche e la ben più snella opera virgiliana, ma bisogna presupporre che sia passato il tempo di una civiltà.

Il tempo degli omerici è la campagna greca nel suo medioevo. È il ricordo, dopo l’arrivo dei Dori, di un mondo di eroi e di figurine, di mani vicino al fuoco che intrecciano le gesta di Achille e la morte di Ettore. È la voce degli aedi nei palazzi dei signori dell’Attica.

Il mondo che ha concepito l’Eneide era profondamente cambiato. Virgilio nella sua villa di Pozzuoli aveva conosciuto tutti i drammi e le miserie dell’uomo: “canto l’armi e l’uomo”, non ci sono dei, non ci sono muse, c’è il poeta e c’è un pover’uomo armato. Enea non ha niente a che fare col glorioso Achille, Enea è quasi un misero che avrebbe voluto morire nella sua Ilio e invece è costretto dai fati e dalla sorte ad abbandonare le sue terre e tutto quello che conosce, tutto quello che “sa per vero” per imbarcarsi in un’impresa che non gli appartiene (tutto ciò forse non sono altro che i “non molli iussa” di Mecenate a Virgilio?).

Già così Viriglio ci sta consegnando un personaggio del nostro Novecento: un inetto costretto alla vita quando avrebbe voluto la morte e costretto a perdere in maniera definitiva ogni speranza di felicità quando viene costretto a lasciare Didone. Sullo sfondo del suo misero personaggio, il poeta si dimena in mille domande e in pochissime risposte, sconquassa l’anima di Enea con interrogativi funesti e scrolla persino la nostra dopo più di duemila anni: dove sono gli dei? Esiste un mondo per i giusti? Perché dobbiamo sempre fare quello che non ci va? E la guerra a cosa serve? È importante per gli Argivi essere signori di un cumolo di macerie fumanti? Possiamo sopravvivere all’amore? Vale la pena morire lontano da dove si è nati? Tutte queste domande tornano più volte e anche esplicitamente nel corso dei dodici libri dell’opera. Talvolta addirittura gli dei le espongono, loro che dovrebbero saper tutto e fare da garanti dell’ordine cosmico.

La guerra non è più – in Virgilio – il luogo in cui si dimostra la gloria. In tutta la sua rudezza, viene spiattellata nell’ottavo libro del poema: guardiamo il corpo bianco e senza peli di Pallante, un giovinetto sedicenne ferito a morte da una lancia e il dolore del padre che è stato costretto a sopravvivergli. Non c’è niente di glorioso nell’uccidere qualcuno, Enea lo sa.
Enea fugge dalla guerra e quando è costretto a combattere contro il re Turno nel Lazio, affronta le battaglie con bocca asciutta e serrata con la consapevolezza che tutto ciò è turpe, anche se voluto dai fati.

Mai come oggi la storia di Enea andrebbe riletta integralmente, più dell’Iliade e più dell’Odissea ci racconta il nostro mondo. Ci presenta il dramma di un uomo che come tanti, davanti alla distruzione di tutto ciò che sapeva familiare, è partito profugo dal Medioriente per garantire un futuro migliore a suo figlio. Dopo aver visto la morte in faccia su “dei legni” – così li chiama Virgilio – arriva in Italia ed è costretto a guerreggiare contro l’ostilità dei popoli locali.

Qualche tempo fa le giovanili del partito neofascista CasaPound hanno dato vita ad una linea di magliette con il loro simbolo e sulla schiena la scritta “siamo sangue d’Enea”. Probabilmente non hanno letto l’Eneide.