Vedo quel che vedi, sento quel che senti: il rapporto empatico con i personaggi fittizi

di Martina Casentini

Cosa succede quando, guardando un film o una serie tv, ci sentiamo come se i personaggi fossero nostri amici? Perché soffriamo e gioiamo insieme a loro?

Mentre mi accingevo a scrivere questo articolo ho pensato di iniziare con un esempio, così ho scelto una serie tv e sono tornata indietro alla prima puntata: iniziava tutto con un primo piano di una bocca che spegneva una candelina.

Un compleanno.

Un desiderio.

Un’inquadratura che faceva sentire chiunque come se fosse il proprio giorno, il proprio desiderio, la propria speranza.

Poi ho pensato a quella serie tv che prendeva spazio, di puntata in puntata, tra gioie e dolori di quella donna che compiva gli anni e ad ogni suo dolore ci restavo male anch’io, alle sue gioie gioivo con lei e quando ogni puntata giungeva al termine mi sentivo come se mi mancasse qualcosa.

Poi ho pensato a quando la cattiva che insieme a lei avevo odiato diviene buona, una buona con cui sentirsi a casa, una buona con cui soffrire, una buona che era in grado di farti piangere con lei. Ma dipende davvero tutto da una buona recitazione? Da un bravo regista? Da un bel copione? O c’è di più?

Allora con queste domande sono tornata indietro nel tempo a quando ero più piccina e, non me ne vogliate, il primo ricordo è stato Rossana, la bambina stravagante dai capelli rossi e con lei il suo amato Erik. Allora mi son ricordata di quanto ero triste quando lui litigò con la sorella, di quanto ero contenta che con Rossana avesse trovato un’amica e di quanto ero gelosa quando quell’amicizia divenne amore.

Ma come è possibile provare tutto questo senza sentirlo davvero sulla propria pelle?

Noël Carrol nel suo libro La filosofia del cinema scrive: “i cineasti comunicano col pubblico controllando la sua attenzione. Attraverso la messa in sequenza, selezionano ciò che lo spettatore vede così come l’ordine in cui lo vede […] guidandone l’attenzione”; tutto questo avviene, secondo lo studioso, attraverso la creazione di un framing variabile, modificando cioè la posizione della cinepresa di modo tale che lo spettatore veda esattamente ciò che il regista vuole far vedere e lasciando fuori ciò che non deve essere visto.

Ecco allora il primo piano che parte da una candelina che viene spenta, da un desiderio che viene espresso. Ma espresso, esattamente, da chi? Dall’attrice che interpreta un ruolo o, nel profondo, espresso anche da noi che, inconsapevolmente, già ci siamo messi nei panni della donna di cui non abbiamo ancora scoperto il volto? Non siamo forse già pronti a correre insieme a lei per raggiungerli, quei desideri tanto bramati?

I registi sono degli psicologi che non avevano voglia di scrivere libri e allora hanno puntato sui copioni: la cosa che meglio sanno fare è sfruttare la capacità degli esseri umani di provare empatia, di mettersi cioè nei panni dell’altro. Attraverso l’attivazione dei nostri neuroni specchio, per esempio, il regista è in grado di agire sui processi più inconsci, creando accettazione o rifiuto verso il personaggio che ci troviamo davanti.

Ancora Carroll scrive “l’organismo umano è normalmente equipaggiato con alcune fobie largamente diffuse, per esempio la paura degli insetti e dei serpenti: i cineasti se ne servono in tutti i modi possibili” e non sarà certo necessario che io ponga degli esempi per dimostrarvi quanto questa frase sia reale, basti pensare ai cattivi che affrontano i nostri supereroi preferiti, spesso metaforicamente accompagnati da caratteristiche di insetti che la maggior parte di noi teme.

È comunemente detta reazione di soprassalto la nostra capacità innata di provare quello che prova il protagonista che stiamo seguendo nella sua avventura: così quando guardiamo un horror e all’improvviso appare il cattivo che sta per ucciderci, noi abbiamo realmente quel “salto” come se il mostro apparisse dietro le nostre spalle. Umberto Eco la definì sospensione dell’incredulità, ovvero l’accettazione di ciò che vediamo come se stesse accadendo davvero, anche nella consapevolezza che è impossibile.

Ecco allora che, se nel film il protagonista è un elefante che vola grazie alle sue orecchie, nella nostra testa gli elefanti saranno davvero capaci di librarsi in aria, anche se siamo completamente consapevoli che questo non è possibile. Nemmeno il più realista degli esseri umani, quando ha guardato Dumbo, si è fermato un secondo a pensare che tutto ciò era impossibile.

Mai si è chiesto come Romeo, Duchessa e i gattini sapessero parlare, ma ha creduto semplicemente alle loro parole e con loro ha viaggiato.

Mai si è posto il problema che le sirene non esistessero, ma con loro ha desiderato ardentemente possedere due gambe.

Mai ha pensato che un uomo che viene morso da un ragno non potesse trasformarsi in un eroe, ma con lui ha combattuto i cattivi.

E insieme a loro ha avuto paura, ha sorriso, ha pianto. Di ogni accadimento, di ogni sconfitta e vittoria ha sentito i brividi e i dolori sulla pelle.

E, anche se impossibile, senza che io dessi spazio al titolo di ciascun film citato tu che stai leggendo hai riconosciuto di cosa parlo, non è vero?

Questo perché? Forse perché, alla fine, sono i film che più si allontanano dalla realtà che restano maggiormente impressi nelle nostre teste?

La vera e cruda verità è una e semplicissima: noi stringiamo rapporti con questi personaggi allo stesso modo con cui li stringiamo con le persone in carne e ossa  e forse, spesso, anche di più.