Il ’68 in Italia, la svolta verso la modernità o quasi

di Raffaele Iorio

Il ’68 fu un insieme di rivolte svoltesi in tutto il mondo.  Acquisendo connotati diversi da Paese a Paese, in Italia contribuì fortemente al passaggio da una mentalità “tradizionale” a una più “moderna”.

Eravamo in aula, tra gli sbuffi di chi come Carlo seduto in ultima fila non vedeva l’ora che la lezione fosse finita, la prof. esclama: «La libertà sessuale per noi donne è ancora tutta da raggiungere, fate attenzione a ‘ste cose ci tengo, sono figlia del ’68 non dimenticatelo». Ma cosa significava di preciso essere “figlia” del ‘68?

Con ’68 si indica quel periodo pregno di rivolte che, partite dalle università americane, si diffusero in tutto il modo. Ben presto, anche se unite dallo stesso filo conduttore − l’insoddisfazione verso la mancata realizzazione pratica di alcuni diritti civili − ogni rivolta, da Paese a Paese, acquisì particolarità diverse. In Italia il ’68 contribuì fortemente alla realizzazione di una nuova mentalità e a beneficiarne furono soprattutto le donne.

In quegli anni, infatti, nonostante la Costituzione garantisse alcuni diritti egualitari, nel nostro Paese, esistevano ancora forti divergenze tra i due sessi. Vigeva un forte sistema patriarcale in cui il marito possedeva maggiori diritti rispetto alla moglie, per dirne una: il coniuge di sesso maschile poteva richiedere il divorzio se la compagna fosse stata sterile, ovviamente l’inverso non era consentito. È in questo contesto di discriminazioni che le donne cominciarono a far sentire la loro. In campo non più i diritti civili, conquistati negli anni, si partì da un concetto apparentemente banale, fortemente ideologico, che forse gli uomini ancora oggi non hanno capito: la libertà sessuale, ricordate? La stessa che la prof. ci teneva a sottolineare.

La funzione di donna come essere umano che genera vita ha relegato nel tempo quest’ ultima a discriminazioni sempre più forti; sei una buona madre di famiglia allora sei santa, tutto il resto è etichettato come prostituta. È chiaro così come una condizione naturale venisse giustificata da una diversa funzione sociale. Le donne non erano libere di fare del proprio corpo ciò che volevano, di decidere se avere o meno dei figli, di essere indipendenti, di poter abortire. Mancava un tassello importante alla propria emancipazione.

Il ’68 da un punto politico mutò poco la scena politica precedente, la DC, che era stata il principale obiettivo politico della contestazione sessantottesca: ebbe il 38,7 per cento dei voti, di poco inferiore al 39,1, delle precedenti elezioni. Riuscì invece ad accendere una scintilla nell’opinione pubblica e un esempio pratico fu sicuramente il referendum sul divorzio. Siamo nel 1974, gli italiani saranno chiamati a votare per l’abolizione o meno della legge sul divorzio approvata quattr’anni prima. A vincere i no, in barba a chi, fede inclusa, crea delle gabbie mascherandole con falso amore. Da lì in poi, una serie di vittorie man mano più forti come la legge del ’75 che sanciva pari diritti giuridici ai coniugi o ancora nel ’78 l’inizio delle manifestazioni per la libertà dell’aborto. Grazie a queste, poco alla volta furono istituiti dei consultori in cui le donne erano guidate e supportate in un percorso difficile da attuare ma facile da giudicare.

I movimenti femministi, diffusi dopo i fatti del ’68, spesso furono etichettati come contradditori e esagerati. L’invito è non fermarsi mai alle apparenze e approfondire sempre. Non lasciamoci ingannare da una società ancora oggi fin troppo maschilista. Forse esagero?

Maggio 1978, nell’ alula di un tribunale italiano si svolge un processo per stupro, tra i primi di tanti che le donne ebbero il coraggio di denunciare. La vittima non solo doveva convivere con la paura di essere stata violata ma dovette combattere anche contro i pregiudizi degli uomini. Queste le parole dell’accusa: «Vi siete messa voi in questa situazione, se questa ragazza fosse stata a casa non le sarebbe accaduto nulla» (fonte Rai Storia).

Parole che fanno venire i brividi, soprattutto a pensare che ancora oggi sono diffusissime. E forse quello che più fa accapponare la pelle è il fatto che fino agli inizi degli anni Ottanta esisteva la pratica del matrimonio riparatore. Per la legge se sposavi l’uomo che ti aveva violentata cadeva ogni forma di reato.

Vi sembra ancora esagerato?

 

 

 

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