Big Data is watching you: i nostri dati su internet

Non è un po’ inquietante quando, dopo aver cercato qualcosa che magari volevamo comprare, ci troviamo un quintale di pubblicità riferite a quel prodotto sparse tra i social e altri siti web?

Certo, può sembrare strano, ma, considerando i recenti sviluppi in materia di privacy dei dati sui social, non lo è. In realtà, non molto tempo fa, abbiamo potuto notare come diversi siti web abbiano dovuto inserire una disclaimer per il consenso informato sui cookies, che tutti abbiamo accettato senza minimamente leggere: sì al consenso, addio all’informato.

Cosa sono e a cosa servono i cookies? I cookies sono file di testo inviati da un sito web direttamente al computer dell’utente che lo visita, per raccogliere informazioni su cosa l’utente farà sul sito. Nascono, in realtà, come strumenti per semplificare la navigazione online (consentendo al sito di ricordare le scelte dell’utente), ma subito le aziende si resero conto delle loro potenzialità. Le aziende, a scopo di lucro, usano questi dati per un tipo di advertising invasivo, ossia di pubblicità mirata sui dispositivi da cui hanno preso i cookies. Ecco come, se abbiamo cercato delle scarpe su Amazon, ci appariranno le stesse nei banner laterali sulla home di Facebook.

Ma non solo! Se tutto questo può sembrarci inizialmente innocuo, lo sarà di meno pensando cosa significa dare accesso illimitato alle app installate sui nostri device mobili. Oltre all’accesso a internet e alla memoria interna, molto richieste risultano l’accesso alla posizione tramite GPS e i dati ID, come numero di telefono, e-mail, Ip e addirittura numero di codice IMEI, seguito poi da lista di contatti, foto e suoni.

Perché le app dovrebbero necessitare della nostra posizione, a meno che non siano app sui ristoranti più vicini? Le informazioni sulla localizzazione sono fra le più preziose per le app che vivono di advertising: seguire una persona nel suo tragitto giornaliero ci può dare informazioni talmente dettagliate, tramite l’analisi dei big data, da entrare nella loro vita più privata. A sua volta, questo può favorire il targeted advertising, ossia dare la pubblicità al cliente in base i suoi interessi, nel momento giusto. Dati come lista dei contatti e il calendario, ad esempio, sono invece molto utili per la profilazione: avere un database da cui estrarre tali dati attraverso un algoritmo di estrazione significa, per un’azienda, conoscere i consumatori in ogni loro mossa. Richiedere la lista di contatti, soprattutto ad aziende di marketing, risulta essere utili per capire come l’utente si muove nella cerchia di amici e parenti, mentre nel calendario ci possono essere molte informazioni, come appuntamenti e viaggi.

Ogni nostro movimento è raccolto e analizzato. Dov’è finita, dunque, la privacy? Certo, secondo la legge, le aziende non usano i nostri dati (in alcuni casi sensibili) contro di noi, né possono risalire al singolo ma possono maneggiarle solo in una dimensione statistica (analizzando l’enorme quantità dei dati che provengono dagli usi dei siti e delle app, i cosiddetti big data).

Nonostante ciò, la realtà distopica del Grande Fratello di Orwell non è mai sembrata così vicina.

di Carolina Niglio

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