Un rapporto edipico: Freud e Jung

di Ferdinando Ramaglia

Sigmund Freud e Carl Gustav Jung sono i due massimi esponenti della psicoanalisi, entrambi hanno collaborato alla ricerca di una precisione nella tecnica psicoanalitica, ad un metodo che esplorasse le più affascinanti e contorte psicopatologie. Tuttavia, ebbero una visione differente della psicoanalisi e molti psicologi continuano a preferire Freud a Jung. Perché?

Alla base di questa disputa, ci fu in primis il loro rapporto, che subì una lenta ma importante scissione.
Era l’inizio del 1906, Jung inviò a Freud una copia del suo libro Studio diagnostico delle associazioni allegando una lettera di ammirazione. Freud non ci mise molto a rispondere, scrivendo che aveva già acquistato una copia del suo libro e lo invitò a collaborare per la sua opera. Da allora iniziò una appassionata e lunga corrispondenza. Tuttavia, in quelle lettere, non si parlava solo di psicoanalisi; Carl rese subito noto a Freud la sua relazione controversa con Sabina Spielrein, una sua paziente poi divenuta la sua amante. Carl non fece mai direttamente il nome di Sabina, ma confessò a Freud che il segreto di un matrimonio riuscito era la tolleranza.

Due caratteristiche che incisero sul rapporto tra i due furono –da un lato– l’età maggiore di Freud, più grande di 20 anni, che contribuì alla forte adulazione che Jung aveva nei confronti di Freud, quasi paterna. Dall’altro, Freud vide nel giovane Jung quel “protestante” di cui la comunità psicoanalitica viennese, prevalentemente composta da ebrei, aveva bisogno. Il primo incontro tra i due avvenne nel 1907, quando Carl e sua moglie Emma fecero visita a Freud a Vienna. Parlarono per tredici ore di seguito. Freud rimase molto colpito dall’impeto delle idee di Jung, tanto che nel 1910 lo nominò presidente dell’Associazione Psicoanalitica Internazionale, provocando un profondo dissenso all’interno della comunità stessa, dato che Jung scavalcò personaggi come Alfred Adler e Wihelm Stekel, che appartenevano all’associazione già da molto tempo.

Negli stessi anni però, Jung iniziò a mettere in dubbio la ricchezza del metodo Freudiano, avvicinandosi a ciò che più lo affascinava da giovane: l’occulto.
Nel 1909 infatti, accadde, una cosa curiosa.
Jung chiese a Freud quale era il suo atteggiamento nei confronti della parapsicologia. Freud cambiò immediatamente discorso. Per lui non si poteva, né doveva, parlare di queste faccende insignificanti e che avevano poco a che fare con la psicoanalisi; gli psicoanalisti erano medici e dovevano rimanere tali. Ma all’improvviso entrambi udirono un rimbombo prevenire da uno degli scaffali della libreria di Freud. Jung a quel punto affermò che si trattasse di un fenomeno di “esteriorizzazione catalitica” e che quel rumore fosse opera di un poltergeist, uno spirito rumoroso. Freud replicò che le sue erano sciocchezze, ma Jung ribatté che da lì a poco se ne sarebbe verificato un altro: così fu.

Da lì in poi, i rapporti tra i due andarono ad inasprirsi. Le aspettative, la stima e le idee andarono lentamente a scindersi; il figlio aveva ormai deluso il padre.

Durante un incontro a Brema, in Germania, si verificò un famoso episodio di svenimento da parte di Freud in presenza di Jung. Jung, da giovane soprannominato “il barile” per la capacità di vino che era capace di ingerire, alzò un po’ il gomito e durante una discussione sugli uomini preistorici che erano stati scoperti nella Germania del Nord, fece confusione tra i resti di questi uomini e le mummie. Durante questo appassionato e brillo discorso, Freud svenne. Si sa che in psicoanalisi, l’inconscio del medico si prende la briga di essere un ricevente per l’inconscio del paziente, in quell’episodio l’inconscio di Freud manifestò la convinzione che Jung volesse ucciderlo.

Un analogo episodio di svenimento avvenne a Monaco, dove i due stavano discutendo del fatto che il faraone Amenofi IV volesse la morte di suo padre. Accadde la stessa cosa; in quel discorso sulla morte del padre, Freud svenne di nuovo. Il biografo di Freud, Ernest Jones, sostenne che egli esclamò, mentre fu accompagnato verso un divano: “Come dev’essere dolce morire”. Di lì a poco, Jung si distaccò quasi completamente dalla psicoanalisi Freudiana. Infatti dopo la pubblicazione del suo saggio La libido: simboli e trasformazioni, nel 1914 si dimise dalla carica di presidente dell’Associazione Psicoanalitica Internazionale.

Questo rapporto appassionato finì come finisce una grande storia d’amore, intellettuale in questo caso. Ma non fu la semplice differenza teorica a dividerli, probabilmente fu proprio lo scontro di due possenti inconsci, di due istanze psichiche, di desideri inammissibili. Come nell’Edipo tanto amato da Freud; il figlio uccise il padre.

 

 

 

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