Lingua e radici

di Mariangelo D’Alessandro

Ormai è una notizia di dominio pubblico che la nostra lingua, l’italiano, derivi dal latino. Nessuno può più negarlo. Vorrei qui, però, analizzare un altro importante fattore che ha contribuito alla formazione della nostra lingua così come oggi è conosciuta. Si dice che la tv, i giornali, la buona scuola, dopo l’obbligo di frequenza, abbiano cancellato completamente la lingua regionale locale: il dialetto. Invece è sufficiente fare un giro in centro, andare al supermercato oppure salire su un treno per accorgersi che non tutte le persone parlano solo ed esclusivamente l’italiano scolastico ma una gran parte della popolazione ricorre ancora al proprio dialetto, nelle sfumature che oggi gli esperti sono soliti chiamare italiano regionale.

Bisogna dare la giusta importanza all’italiano regionale perché è il linguaggio che utilizziamo in maniera naturale, poiché lo abbiamo imparato senza che nessuno ce lo insegnasse. Proprio così, l’italiano regionale è la nostra lingua madre, imparata senza sforzo perché iniziata ad ascoltare ancora nel grembo materno, parlata poi in famiglia e con gli amici.

Come dicevo, il dialetto ha formato la lingua italiana soprattutto grazie ai padri della nostra lingua, le tre corone: Dante, Petrarca e Boccaccio, i quali sono stati tra i primi a sviluppare la scrittura letteraria ricorrendo appunto al dialetto, al modo di esprimersi della popolazione della propria località geografica. In linea di massima possiamo dire che l’italiano sia nato dai dialetti proprio come i dialetti siano nati dall’italiano. Sebbene sappiamo l’italiano essere figlio del volgare fiorentino, idioma in cui discutevano e scrivevano le tre corone, possiamo analizzare come la lingua italiana nasca proprio dal confronto tra i dialetti.

Storicamente parliamo di italiano come lingua vera e propria dal 1525, anno in cui Pietro Bembo pubblicò le Prose della volgar lingua, in cui viene ribadita la superiorità del volgare fiorentino. L’italiano nasce dal dialetto e i dialetti nascono dall’italiano proprio perché la libertà dell’uno termina laddove inizia quella dell’altro. La definizione dei campi di utilizzo dei termini ha definito quali appartenessero all’uno e quali all’altro.

In Italia abbiamo numerosi dialetti diversi tra loro al punto che se un milanese e un napoletano dialogassero utilizzando ognuno il proprio dialetto non si capirebbero. Proprio come se parlassero due lingue diverse. L’italiano di oggi è riuscito a colmare questo vuoto che fino a poco tempo fa separava città della stessa nazione; al contempo però non bisogna dimenticare il proprio dialetto ma lo si deve valorizzare per la sua importanza. Prendiamo ad esempio una bambina che nasca in una qualsiasi città del nord e ha genitori e nonni che sono nati e cresciuti al sud, magari in Campania: la bambina, ovviamente, imparerà il dialetto della regione in cui è nata e allo stesso tempo avrà modo di ascoltare ed essere a contatto con il dialetto dei genitori e dei nonni che così tramanderanno alla piccola le proprie origini.

Vivere il proprio dialetto anche lontano dal paese d’origine significa tenere strette sotto i piedi le proprie radici. Amare le proprie radici significa amare la propria terra, che va conosciuta e mai dimenticata. Perché, alla fine, pensandoci bene, se non sai da dove vieni non potrai mai scoprire la tua strada e la meta che vuoi raggiungere.

 

 

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