Marie Antoinette: apologia di una regina

di Domenico Chirico

“La mia figlia più giovane diventerà la regina di Francia”

É questa, la battuta che, nell’atmosfera soffusa della reggia viennese, rompe il silenzio cinematografico in Marie Antoinette.

Il film di Sofia Coppola (2006), forse il miglior lavoro di questa regista, supportata dall’attrice Kirsten Dunst, non finisce mai di stupire. Negli eventi tumultuosi dell’Europa di fine Settecento, l’antico regime si sgretola sotto i piedi del disastro finanziario della corte di Francia. La regia punta la telecamera sul volto di porcellana della Delfina di Francia, sulle immense stanze della Reggia di Versailles, col suo rigidissimo protocollo, con le “orrende zie”, le cortigiane e concubine di cui il vecchio re Luigi XV ha riempito la corte. Questo, è il contesto di assoluta solitudine in cui “l’Austriaca” subisce continui smacchi e ferite profonde che, neanche l’ascesa al trono insieme al marito, Luigi XVI, riusciranno a sanare.

Sofia Coppola, resta fedele alla storia durante tutta la durata della pellicola, tiene fede a racconti, aneddoti e biografia ufficiale del tramonto dei Borbone di Francia; ma la grossa differenza sta nella reinterpretazione in chiave pop degli eventi.

Maria Antonietta, al suo arrivo a Versailles, non è altro che una comune adolescente ricca di Manhattan, che, con lussi e agi, colma la mancanza dei familiari e, attraverso spettacolari feste e shopping sconsiderato, cerca di evadere da un matrimonio fatto, per lo più, di convenevoli.

Con una tracklist che va dai The Radio Dept a Vivaldi, la corte parigina viene reinterpretata facendo della regina di Francia e delle sue dame di compagnia delle vere icone Pop.

Solo dopo la nascita della prima figlia della coppia reale, la principessa Maria Teresa, la sovrana incomincerà a tenere un atteggiamento più sobrio, a portare abiti più dimessi e si trasferirà con i suoi amici più intimi nel Petit Trianon, casina di caccia annessa ai giardini di Versailles. Qui nascerà il secondo figlio della coppia, il sospirato maschio Luigi Giuseppe. Ma oramai è troppo tardi, gli aiuti finanziari del re nei confronti dei ribelli americani finiscono di svuotare le casse reali, la Francia è tutta in fiamme e niente basta ad estinguere l’incendio: la Bastiglia è caduta.

Mentre amici e parenti della coppia scappano all’estero, essi restano a Versailles fin quando un gruppo di popolani inferociti, partiti con l’idea di “uccidere la regina” oramai considerata il capro espiatorio e la grande affamatrice della Francia, invadono la reggia obbligano i sovrani, con i loro figli, a salire in carrozza nell’alba invernale per essere posti sotto la custodia del popolo a Parigi.

L’ultimo scambio di battute del film è tra il re che domanda a Maria Antoinette se fuori dalla carrozza stia ammirando i tigli di Versailles e lei che risponde: “Dico addio per l’ultima volta”.

Lasciando un profondo senso di malinconia, i due sovrani, nella consapevolezza di non essersi mai davvero “parlati”, lasciano lo schermo.

 

 

 

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