Capitan Caputo e i fratelli di Sant’Anna

di Benedetta De Nicola

Quando ho chiesto al Professor Caputo di scrivere la mia tesi di Laurea Triennale insieme, lui mi ha subito detto: – Benedetta, ti piacerebbe scrivere qualcosa che inglobi sia l’ambito artistico che quello letterario? –

In fin dei conti, arte e letteratura convivono dal principio. Una volta, i fedeli, per poter comprendere le Sacre Scritture dovevano osservare i dipinti che le rappresentavano, intertestualità artistica, arte a tutto tondo.

Qual è il personaggio più eclettico a cui pensiamo? Un uomo dal carattere difficile, un uomo che nel bene del male la storia di Napoli l’ha influenzata.
Giorgio Vasari passa alcuni mesi a Napoli e ce lo racconta nella seconda edizione dell’opera Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori che termina con la sua autobiografia.

Col Professore Caputo mi sento cullata dalle parole, questa non deve essere un’intervista, preferisco il termine “chiacchierata”.

Il nostro scopo è uno solo: far conoscere quello che è uno dei pochi se non l’unico esempio di arte rinascimentale fiorentina a Napoli, città che sotto Don Pedro de Toledo cambia, sfuma e scoppia.

“Napoli, questa città, lascia sempre un segno. Quando Vasari ci descrive i lavori nella sagrestia di Sant’Anna dei Lombardi (per vedere le foto, clicca qui) ce li racconta in maniera non neutra. Parafrasando le sue parole, ma utilizzando i medesimi aggettivi, siamo in grado di comprendere cosa effettivamente egli volesse dire. Quando visitai la sagrestia, vidi partimenti goffi, che nel lessico vasariano indica quanto di più negativo ci possa essere. Erano divisi alla maniera vecchia, tanto che mi trovavo al punto di non accettare poiché tale luogo sembrava talmente vecchio da non essere degno di ristrutturazione. Alla fine accettai e cominciai a lavorare cercando di ricavare da quel vecchio, il nuovo”
Mi appassiona questa terminologia metaforica, il Professore mi spiega che il vecchio vasariano è riferito al periodo medioevale, mentre il nuovo a quello rinascimentale.

“Fui tra i primi ad utilizzare la maniera moderna a Napoli, iniziando i napoletani ad essa, come non si faceva dai tempi di Giotto: svegliare gli ingegni dei napoletani”
Caputo continua a parlare con la bocca di Vasari, pare che il pittore avesse designato Giotto come antenato, il suo personaggio andava costruito e le sue parole filtrate. A noi napoletani, da sempre un po’ campanilisti, l’idea che un pittore fiorentino volesse diventare un messia della pittura a Napoli, non ci piaceva, ma, spiega il Prof, che la funzione di questa frase è precisa: dare a Napoli una nuova maniera da cui trarre spunto.

“E sapete come finisce? Come può finire solo a Napoli”

“Professò, si rubarono l’orologio”

“Più o meno. Finisce a mazzate . Le guardie e i miei aiuti si azzuffarono e quindi scappai a Roma.”

Ascoltare il Professore che spiega, mi fa pensare a quando mio nonno mi raccontava la storia del lupo e della volpe, ho idea di come finirà, ma ascolto rapita come se fossi a digiuno. Ora, sarà semplice gridare all’alunna allisciatrice, ma a me non importa. Sto imparando molto, mi diverto, e tra un aneddoto goliardico e un altro, la mia domanda verte su Vasari, Napoli e Firenze.

“La colonia di fiorentini a Napoli è molto presente sin dai tempi di Boccaccio. Vasari si trova subito legato a famiglie come quella di Tommaso Cambi, famiglie che gli commissionano le prime opere. Poi, delle volte, il gossip fa la storia. Eleonora de Toledo, la figlia di Don Pedro, va in sposa a Cosimo I dei Medici, quindi Napoli e Firenze diventano sempre più legate politicamente parlando, tanto è vero che Don Pedro vorrà anche intervenire nell’assedio da parte di Cosimo a Siena.”

Il Meridione di Vasari non è un meridione d’amore. De Crescenzo, forse, direbbe che Vasari fosse un uomo di libertà. Un uomo di libertà a Napoli non si sente proprio a casa, Firenze, nella sua bellezza regolare, fatta di forme precise e senza ciottoli, è perfetta. Vasari, quindi, viene spesso criticato. Ma il suo peccato è semplicemente quello di essere fiorentinocentrico.

“E quindi finiamo per fare una brutta figura perché critichiamo un’idea di arte che potrebbe non esistere più, quella del disegno preparatorio, ma che non è sbagliata, semplicemente opinabile. Sarà lui stesso a tornare sui suoi passi, quando nella seconda edizione delle Vite tratterà i veneti che davano maggiore spazio al colore piuttosto che al disegno preparatorio.”

Noi ce ne accorgiamo che Napoli non passa mai inosservata?
Corriamo da un vicolo all’altro, tra mare, castelli e odore di pizza, ma la bellezza unica di un luogo dove possiamo trovare ogni forma d’arte, rimane. Allora, forti delle nostre convinzioni negative, scappiamo e perdiamo di vista il fine ultimo: contemplare la bellezza.

A Napoli non scappare, siediti e ammira.

 

disegno di Simone D’Angelo

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