Message in a bottle

di Martina Casentini

Del mare mi piace come divide, ma anche come tiene insieme.

Ci siamo visti per la prima volta una mattina di fine agosto al mare, in un luogo che non era né casa mia e né casa tua. Io felice nella mia prima libertà dopo diciott’anni passati in gabbia e tu in gabbia dopo diciott’anni passati in libertà. Correvi dietro al lavoro per il quale forse non ti avrebbero mai nemmeno pagato ma un giorno saresti corso dietro a quei pochi spicci solo per poterci riabbracciare un altro po’.

Ti ho visto che non sembravi uscito da nessun libro, più da qualche film di medicina dove si vede sempre qualche goccia di sangue, dalle quali mi copro gli occhi per la paura che ne ho ma allento sempre le dita per sbirciare un po’. E così ho sbirciato te, mentre tu sbirciavi me, mentre dimenticavamo tutto il mondo intorno.

Il primo regalo che mi hai fatto è stato un messaggio in una bottiglia, carta e colori riciclati ma un sogno che stava nascendo per la prima volta. Poi tornammo a casa: sapevamo che sarebbe stata dura, ma ci abbiamo provato lo stesso.

Oggi, a tre anni da quel giorno, pensavo che il mondo ci avrebbe permesso di aggiustare tutto, che saremo finiti vicini. Invece è finita e basta: tu sei andato oltre e io, oltre, ho paura di non saperci andare. Sono in macchina verso il mare, piango incessantemente da tre giorni che a stento vedo la strada, corro a centoquaranta all’ora su una strada in cui il limite è cinquanta e faccio i sorpassi che sempre ho avuto terrore di fare.

Oggi la morte mi fa meno paura della vita.

E con tre bottiglie di Vodka sul sedile del passeggero mi preparo a rispondere al vuoto che sento dentro.

Appena arrivo al mare, parcheggio e scendo con le mie bottiglie, pronta a ubriacarmi di ciò che non ho più. Piango, non riesco a smettere, e tu queste lacrime non te le meriti nemmeno.

Forse non te le meriti tu ma me le merito io, le mie lacrime.

Mi siedo sulla spiaggia il più vicina possibile a dove arrivano le onde che ogni tanto vengono a bagnarmi i piedi nudi. Sei in ogni marea che si alza e abbassa, in ogni conchiglia che porta dentro il rumore delle onde. Sei tutta questa schiuma che tenta inesorabilmente di raggiungere i miei piedi.

E a questo pensiero mi sposto: non voglio che tu mi raggiunga e che mi tocchi ancora.

E allo stesso tempo sì, lo vorrei ancora.

In questo periodo sulla spiaggia non c’è nessuno, tranne qualche gabbiano che vola e cerca cibo nel mare: uno è poco distante da me. Abbiamo appena visto un pesce saltare e lui con il suo mantello bianco è corso per cercare di prenderlo. Mentre lui svolazza a caccia, ho aperto la bottiglia senza trovare la forza di assaggiare: non sono mai stata una grande bevitrice. Nel mentre penso a te, penso senza trovare uscita, penso e per non pensare più tiro su il mio primo sorso.

La Vodka mi ha bruciato ogni percorso della gola in cui è passata e io mi sto chiedendo perché e, senza trovare risposta, tiro su un altro sorso.

Ma ne vale davvero la pena?

Intanto il gabbiano è tornato qui senza aver preso il suo pesce, sembra triste e io non so se essere triste per lui o felice per il pesce, ma probabilmente puzzo di dolore talmente tanto che lui ha deciso di consolarsi guardandomi. A questo pensiero tiro su un altro sorso: così siamo al terzo. Ma quanti ne dovrò bere per perdere il conto?

Il gabbiano si avvicina col suo becco e mi guarda fissa, sembra ne voglia un po’ anche lui: «No, ti fa male» gli dico e lui torna a urlare verso il mare, mi guarda per un momento che sembra lunghissimo, come se volesse parlarmi, come per chiedermi «ma non fa male anche a te?» e vola via.

Penso che il mare l’ha salvato: il mare lo salva ogni giorno.

E se non gli dà cibo, il mare gli dà altro. Gli dà il suo rumore delle onde, gli scogli su cui appoggiarsi, la pace di un tramonto che in pochi sanno ancora apprezzare. E solo ora mi accorgo del rosso nel cielo, del fuoco che si butta nel mare e dà il suo spettacolo.

Guardo la bottiglia che ho ancora in mano e mi dico che sì, fa male anche a me. Rovescio quel che rimane nella sabbia, la guardo assorbire il male che avrei assorbito io e sospiro. Torno in macchina e prendo carta e penna per ritornare sulla sabbia. Questa volta mi bagno i piedi e penso, penso che sono sollevata di non poterti incontrare. Ringrazio il mare per questo, il mare che ci tiene separati.

Scrivo e infilo il biglietto nella bottiglia:

il mare mi ha dato il tuo amore

e al mare lo restituisco

aggiungendo la collana a forma di cuore che mi hai regalato e che non avevo ancora tolto.

Corro lungo gli scogli che creano un tragitto verso il profondo, fino a dove la paura mi permette di arrivare, e lancio la bottiglia fino a dove riesce la mia forza, il più lontano possibile da me.

Forse un giorno questo messaggio nella bottiglia troverà la pace che si merita e con lui io, ma di sicuro non la troverò bevendo o fumando. E quale modo migliore per cercare la pace, se non nel mare? Ora soltanto capisco che non mi hai salvato tu, mi ha salvato il mare.

Prima unendoci.
Adesso dividendoci.

Giro le spalle senza chiedermi di nuovo il motivo per cui il destino ha voluto farmi questo e me ne torno a casa.
Ci vediamo presto, gabbiano.
Ci vediamo presto, mare.

Del mare mi piace come unisce, ma anche come separa.

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