Disperato erotico supertrump 

di Matteo Vitale

Abbiamo parlato con l’autore de Il gioco, romanzo arrivato nella cinquina finalista del Premio Strega 2018. La Testata ha il piacere e l’onore di aver intervistato Carlo d’Amicis, già noto al pubblico per essere redattore e conduttore del programma radiofonico di Radio3 Fahrenheit e autore televisivo. Il gioco di d’Amicis è un romanzo raccontato tramite interviste ai tre protagonisti, due uomini e una donna, che si intrecciano in un triangolo amoroso postmoderno dove i ruoli predefiniti sono quelli del bull, del cuck e della sweet.

 

D’Amicis gioca con queste relazioni pericolose per parlare di qualcos’altro, forse di qualcosa che non si può dire altrimenti. A differenza del romanzo di De Laclos dove la sessualità è sfrenata, ne Il gioco ha un carattere giocoso, cercando di far cadere l’ultimo tabù e stereotipo sulla sessualità “trasgressiva”. Un disperato erotico giocherellone, come sembrava essere quel satiro di Dalla. Carlo d’Amicis non è al suo primo bel romanzo, ma all’undicesimo, dopo aver già dimostrato il suo talento in opere come La guerra dei cafoni, Quando eravamo prede, La battuta perfetta o Amor Tavor, tutti attraversati da una sottile vena d’ironia ricoperta di una glassa di tristezza rassegnata.

“Si torna al sesso per sentirsi ancora vivi”, dice in una scena del romanzo, crede che nel sesso la cosa importante sia la soddisfazione personale, più che quella fisica? Mi spiego meglio: trova che la parte soddisfacente del sesso potrebbe essere raccontarlo agli altri per ottenere un riconoscimento sociale, più che la goduria del momento?

“Come in ogni aspetto della vita, anche nella sessualità la cosa più importante è essere se stessi. In realtà, sebbene così intimo e personale, il sesso è pieno di condizionamenti sociali: gli uomini pensano di dover essere in un certo modo, le donne in un altro, tutto porta con sé un giudizio. Chi fa sesso disordinato è considerato un depravato, chi lo fa solo nella monogamia un noioso bigotto, chi non lo fa per niente un povero disgraziato: è incredibile la quantità di pregiudizi, morali e non morali, che si accompagnano ai comportamenti sessuali. Il tentativo, un po’ eroico e un po’ patetico, che fanno i personaggi de Il gioco è quello di superare questi pregiudizi e di utilizzare la sfera sessuale per conoscere meglio se stessi e gli altri.”

In un’altra parte scrive: “La cosa affascinante del sesso è ciò che gli ruota attorno”. Nel senso che il vero piacere è nel gioco di interpretare un ruolo nella storia più che nel suo compimento? La preparazione dello spettacolo è più interessante della messa in scena? Secondo lei questo è dovuto all’inflazione del desiderio per l’eccessiva offerta di oggi o è sempre stato così? L’erotismo è più il velo che lascia intravedere o lo svelare?

“Il sesso senza desiderio è solo una noiosa ginnastica o un semplice atto riproduttivo. E il desiderio non può che configurarsi come narrazione, nella quale è prevista una scelta, un rischio, un’avventura. Anche per questo, secondo me, il desiderio a un certo punto si spegne: perché non ci vediamo più all’interno di un’impresa, che sia per la perdita di autostima o perché ci censuriamo il piacere della conquista. Può darsi che questo avvenga, come tu dici, per un’inflazione di stimoli (desiderando troppo, non desideriamo più nulla). Ma io penso che dipenda soprattutto da un difetto di immaginazione e dalla indisponibilità a considerarsi parte di questo grande gioco (che non vuol dire, sia chiaro, avere una sessualità vorace, ma solo capire, in quel determinato momento della vita, il proprio ruolo).”

Con questo libro ha voluto dare o togliere importanza al sesso? Trova che solo intendendolo come un gioco e non come una gara o come la cosa più importante del mondo si possa davvero apprezzarlo?

“È una domanda interessante, perché in effetti credo di aver voluto fare entrambe le cose: aprire le stanze del desiderio, senza pregiudizi e moralismi, significa sicuramente restituire a quelle stanze l’importanza che hanno nella costruzione della nostra personalità. Ma nello stesso tempo, abitandole attraverso i miei personaggi, ho voluto dire che il sesso è, appunto, un gioco, dove tutto è profondamente vero ma anche profondamente falso e nel quale, al netto da una parte dei #metoo e dall’altra del più bieco maschilismo, si può ancora esercitare l’arte della leggerezza.”

Sbaglio o nel suo romanzo anche l’impotenza è erotica? Reputa, come alcuni, che questo fenomeno chiamato cuckoldismo apparentemente mostri una debolezza dell’uomo ma in realtà ne manifesti comunque una dominazione? Sembra essere il marito quello sottomesso ma in realtà è stato lui a concedere e proporre questa situazione.

“Nel cuckoldismo si raggiunge il massimo dell’ambiguità: l’uomo che concede la propria donna è un impotente e un tiranno, un uomo generoso e un egoista, un ingenuo e un manipolatore, un freddo e un passionale. La cosa più interessante è che il cuckold non alterna questi comportamenti, e nemmeno li dissimula: nell’essere tutte queste cose assieme, ci mette sotto gli occhi la complessità della natura umana, la capacità di avvitarsi intorno all’albero delle contraddizioni. Affascinante e spaventoso insieme.”

Il sesso che gioco è? D’azzardo? Da tavola? Solitario o in compagnia? All’aria aperta o al chiuso?

“È soprattutto un gioco di ruolo. E come tutti i giochi di ruolo ci permette, attraverso la maschera, di esprimere liberamente noi stessi (o almeno più liberamente di quanto faremmo senza maschera).”

Anche lo scambismo ormai è un prodotto di massa (di consumo) come andare alla sala bingo? In questo modo ha perduto quella che Benjamin chiamava l’aura e la sua autenticità? Tutti sono sostituibili e diventa solo una gara a chi batte più record?

“Spero di no: per i miei personaggi la trasgressione sessuale è uno strumento di distinzione, o perfino di elezione, e non ha niente a che vedere con i consumi di massa (a cominciare dal consumo della pornografia). I club privé, almeno quelli di una volta, avevano un dress code e una serie di codici comportamentali che miravano a esprimere proprio questo, nel bene o nel male: un’aura di unicità. Non so dirti se anche questo mondo stia cedendo alla riproducibilità, all’omologazione e all’apatia, ma mi piace pensare che esistano ancora dei mondi minoritari (che siano cantine di jazz club o campetti di calcio sperduti chissà dove) dove ritualità, improvvisazione, senso del proibito, producano ancora brividi autentici.”

Domanda banale: se dovesse citare uno scrittore che l’ha segnata personalmente, chi sarebbe? Non quello che reputa più bravo né il suo preferito, ma quello che volentieri va a rileggere a distanza di anni…

Ho amato tanti libri e tanti scrittori, ma Dostoevskij, con i suoi sottosuoli, è più di ogni altro per me un giacimento inesauribile.”

Anche lei reputa che la letteratura abbia come scopo quello di “restituire al lettore ciò che è davvero importante e reale”, come diceva Bellow? In questa epoca di distrazione ricondurci all’attenzione… Secondo lei, come sostenevano Bellow e Roth, la letteratura finirà per estinguersi?

“La letteratura non può estinguersi, perché non è un prodotto culturale ma una categoria dell’anima. Anche se non si scrivessero più romanzi, la letteratura continuerebbe a vivere in tutti quei momenti in cui la realtà smette di apparirci come una bidimensionale esposizione del mondo ed entra in dialogo con la nostra umanità. In quel preciso momento realtà e verità smettono di essere sinonimi e, nello scarto tra l’una e l’altra, chiariscono anche la differenza che c’è tra il raccontare e il fare letteratura.”

 

 

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