Boris Battaglia Gainsbourg, chi?

di Luisa Ruggiero

Autore di testi quali La carne e la carta del 1995; Tito Faraci. Una vita a strisce. Il noir e l’ironia da Topolino a Diabolik e Tex del 2014; una non ben specificata graphic novel quale: Pugni. Storie di boxe del 2015; Il peso del fumo del 2016; Corto. Sulle rotte del disincanto prattiano del 2017; E chiamale, se vuoi, graphic novel. Manuale per i nuovi critici di fumetti appena uscito. Notando l’ambiguo quanto confortevole silenzio dell’editoria musicale italiana sulla personalità di Serge Gainsbourg, ha deciso di sfornare uno forse tra i più bei saggi sulla musica. Gainsbourg è lo spunto/ossessione dal quale l’autore parte per fornirci un lucido, illuminante e coinvolgente spaccato su uno dei più interessanti panorami musicali, quello degli anni ‘60 – ‘80.

Boris Battaglia, da scrittore, come si descrive?
“Più che scrittore mi definirei come una persona ossessionata, da oggetti culturali e da oggetti fisici. Una vera vittima del capitalismo novecentesco (d’altra parte ci ho trascorso, per il momento, la parte più lunga della mia vita, in quel secolo). Canzoni, fumetti, film, penne stilografiche e cappelli. L’unica cosa che non mi interessa, di quelle che hanno segnato proprio il secolo XX, è la letteratura. Uso la scrittura per esorcizzare quelle ossessioni e cercare connessioni tra di esse.”

Il mondo del fumetto è il punto focale della tua carriera artistica, ma da cosa nasce la voglia di scrivere e di scrivere di fumetto?
“Ho cominciato a guardare i giornaletti a fumetti prima di avere imparato a leggere. È stata una specie di imprinting. Da questo mi sono formato la convinzione che le immagini abbiano un valore narrativo ed espressivo superiore a qualsiasi espressione letteraria – valore formale, intendiamoci, non parlo di etica e non mi interessa. Il successo delle serie tv, per esempio, mi sembra una prova fondamentale a sostegno di questa tesi. La voglia, direi addirittura la necessità, di scrivere di fumetti nasce dal desiderio di dare una struttura teorica a quest’idea.”

Hai uno stile chiaro, netto, caustico al contempo molto descrittivo, critico e analitico. Pensi, in tal senso, ti abbiano influenzato le tue precedenti esperienze?
“Certo, come ti dicevo mi hanno influenzato i giornaletti che sfogliavo prima ancora di imparare a leggere, ma soprattutto dal punto di vista dello stile penso di avere sempre cercato una sintesi tra due delle prose che più mi hanno influenzato dal punto di vista intellettuale: quelle di Greil Marcus e di Lester Bangs, con la mediazione di Piergiorgio Bellocchio.”

 

La tua precedente ricerca è stata appunto nel mondo del fumetto: Corto. Sulle rotte del disincanto prattiano è stato un successo, sei affezionato al tuo libro?
“Moltissimo. Avevo bisogno di chiarire, per primo a me stesso, i motivi del mio amore (che mi porto dietro fin da adolescente) per il personaggio di Pratt. È stata una bella esperienza scoprire che una volta formalizzati nella scrittura (come ti dicevo, la scrittura è una cura quasi chirurgica per le ossessioni… scriverne è come asportarle) i motivi di quella passione erano universalmente condivisi da tutti quelli che amano Corto e che hanno letto il mio saggio.”

Gainsbourg. Niente è già tanto. Da cosa è nato questo libro?
“Da un’altra ossessione. Quella per le canzonette. Dico spesso, un po’ provocatoriamente, che ci sono più cose nella più stupida delle canzonette che in tutta la riflessione filosofica del Novecento. Ora, è vero che è un’esagerazione, ma le canzoni sono davvero cose molto complesse. Gainsbourg è stato l’autore che forse più consapevolmente ha mostrato come è fatta questa complessità, la sua intima struttura. Ecco, il saggio appena pubblicato da Armillaria è nato da questa esigenza, cercare di spiegare (non necessariamente riuscendoci) che le canzoni hanno da dire sulla nostra esistenza più cose – e più chiaramente (parlano a tutti, ma proprio a tutti) di un testo di Cacciari (per fare un esempio).”

Il tuo libro è uscito per Armillaria Edizioni il 20 marzo dell’anno in cui Gainsbourg avrebbe compiuto novant’anni. Cosa significa per te Gainsbourg e come ti ha influenzato averlo incontrato?
“Personalmente credo che Gainsbourg sia stato uno dei personaggi fondamentali per la cultura occidentale del secolo scorso. Più che averlo incontrato (è stato un incontro fuggevole, mi è capitato in ascensore, ma con altri personaggi famosi può capitare in aeroporto o al ristorante) mi ha influenzato moltissimo averlo poi ascoltato. Histoire de Melody Nelson è uno dei tre album seminali della storia della musica pop (gli altri sono Sgt. Pepper e Pet Sounds).”

Gainsbourg è una figura controversa, trasversale, di difficile comprensione; ti senti anche tu un po’ così?
“No, mi piacerebbe, ma no. In quanto a personaggio sono decisamente mediocre.”

Hai in programma un altro saggio? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
“Certo. È appena uscito un mio manuale di critica del fumetto. E sto terminando un lungo lavoro sulla storia dei fondatori della rivista Charlie Hebdo, che spero di presentare al Lucca Comics per novembre. Poi credo che mi dedicherò a tre altre mie ossessioni, magari in un unico saggio – ho già in mente la mappa delle connessioni: i The Clash, Godard e Linda Lovelace.”

 

 

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