Un mistero che annulla l’irrevocabilità del tempo

di Veronica Nastri

Il déjà-vu è uno dei fenomeni più misteriosi e affascinanti in cui talvolta ci imbattiamo. Per spiegarlo, sono state messe in campo diverse teorie.

In un mondo che corre sempre più veloce, in cui la tecnologia, invece di liberarci dalla schiavitù del lavoro, costringe i nostri deboli cervelli a stare al passo di dispositivi sempre più rapidi, il fenomeno del déjà-vu torna di grande attualità.

Il déjà-vu, letteralmente “già visto”, è una forma di paramnesia (alterazione del ricordo) che si manifesta con la sensazione improvvisa di aver già vissuto, già visto, già sentito ciò che si prova nell’istante immediato. Una sensazione di grande familiarità che dura pochi attimi, ma che sembra annullare ogni distanza fisica e temporale.

“Questa cosa l’ho già vissuta, questa sensazione l’ho già sentita, questo posto l’ho già visto”, sono le parole che potrebbe pronunciare chi sperimenta il déjà-vu.

Il termine francese viene usato per la prima volta all’inizio del XX secolo, ma queste manifestazioni esistevano già tempo addietro. Secondo credenze popolari, esse erano collegate a sensazioni negative, si riteneva infatti che portassero ad avvenimenti spiacevoli, poiché nel momento in cui si pronunciano le fatidiche parole: “Ho avuto un déjà-vu”, si prova una sensazione ostile.

In realtà, secondo un recente studio, non è il fenomeno in sé a procurarci tale percezione, ma ciò avviene perché siamo sotto l’effetto di stress, ansie o paure, quindi siamo noi stessi a causarlo. Alcuni psicologi o neuropsicologi che si occupano dell’argomento stimano che due terzi della popolazione mondiale abbia sperimentato questi eventi nella propria vita.

Ma di cosa si tratta? Qualcosa visto in un sogno? Un trucco dell’immaginazione? Un ricordo che ci arriva da universi paralleli o da vite precedenti? Il déjà-vu è parte dell’esperienza umana. Già Sant’Agostino trattava l’argomento sostenendo fosse una “trappola del diavolo”, qualcosa di pericoloso, che metteva in discussione il concetto di vita eterna, rimandando alla possibilità di altre vite vissute.

Artisti, poeti e scrittori ne hanno parlato e descritto, rapiti e sgomenti da questo misterioso fenomeno: da Dante a Shakespeare, da Baudelaire a Verlaine. Freud e gli psicoanalisti consideravano il déjà-vu espressione di desideri repressi, di ricordi rimossi che affioravano improvvisamente alla coscienza.

La scienza ad oggi non offre risposte precise, le teorie sono diverse e la ricerca è aperta. Se per chi soffre di epilessia i déjà-vu sarebbero dovuti ad un’anomala registrazione delle memorie, per le persone sane la situazione è invece diversa. Autorevoli scienziati hanno provato a dare una risposta al mistero, esso, infatti, potrebbe essere il frutto di una sovrapposizione tra la nostra realtà e un universo parallelo dove abitano delle versioni alternative di noi stessi.

Altri ricercatori definiscono la manifestazione come un inganno della memoria, che scollega la parte emozionale da quella visiva. Nel momento del fenomeno, viene richiamato il ricordo precedente associato a sensazioni simili, che ci fa credere di aver già visto un luogo o vissuto una situazione, mentre abbiamo solamente provato sensazioni simili in una situazione diversa.

Nonostante tutte le possibili spiegazioni e i dibattiti ancora in atto, questo fenomeno resta sempre un mistero. In un certo senso, possiamo essere grati al nostro apparato celebrale che ci offre, con i sogni e con i déjà-vu, una simbolica fuga da questa dimensione.

Foto di Pietro Damiano 

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