Gericault: il romantico che dipingeva il volto della follia

di Luisa Ruggiero 

“Elegy To The Void” – Beach House

Il Romanticismo ha permeato, nel corso di tutto l’Ottocento, gli aspetti più disparati della vita: dall’arte alla musica, alla letteratura. Attraverso nuovi modi e linguaggi sempre diversi, tutte le sfere dell’esistenza sono state toccate, esplorate e modificate attraverso questa corrente artistica. Tra tutte le arti figurative, è la pittura quella che ha avuto uno sviluppo maggiore durante l’età romantica, poiché dà modo all’artista di immaginare, pensare e creare un mondo che, anche trovando ispirazione nel contesto circostante, si nutre delle fantasie del suo creatore che, come un dio, lo inventa e gli dona la vita.

Forse l’ideale romantico francese trova la sua prima vera affermazione in Théodore Géricault, il quale, poco più che ventenne, nel 1812 espone L’ufficiale dei cacciatori a cavallo al Salon parigino: la sua poetica era già definita ed il mito di Napoleone era saldo in lui come in tutti i suoi connazionali.
Crollato il mito napoleonico e con lui tutti gli ideali, i valori e le aspettative di una Francia ormai in mano alla dominazione borbonica, Géricault volge il suo sguardo al dramma della realtà contemporanea, che si condensa nel fatto di cronaca dipinto ne La zattera della medusa, che diventa poi, anche uno dei suoi più noti capolavori.

Quest’opera è espressione del dramma collettivo che ha inciso per un breve ma decisivo periodo sul lavoro del pittore, per poi cedere il passo all’attaccamento quasi morboso mostrato verso il dramma individuale, sempre in relazione al periodo storico oppressivo che egli viveva.
In questo contesto e con questo spirito, Géricault dà vita ad opere di intensa carica emotiva note con il nome di ciclo degli Alienati, risalenti al 1822-23, che rappresentano alcuni malati psichiatrici con cui entra in contatto, grazie anche all’apporto di un suo amico psichiatra. Dipinse in modo ossessivo una serie di dieci ritratti, solo cinque sono giunti a noi, relativi ad altrettante forme di monomanìa (disturbo mentale caratterizzato dalla presenza ossessiva di un’idea costante).

E di monomania si può parlare, ovviamente in senso lato, anche per quanto riguarda il suo interesse che è tangibile in queste opere, attraverso le quali il pittore ci proietta in un mondo che non è il nostro: è il mondo del “diverso”, di coloro i quali sono messi ai margini della società non per loro scelta, della sofferenza che si cela dietro occhi che sembrano normali eppure nascondono una patologia complicatissima, di cui chi ne è affetto mostra in volto i segni.

I rapporti cromatici intensi, i chiaroscuri drammatici, la profondità espressiva di volti scavati, crucciati, deformati in smorfie, ma anche apparentemente distesi, troppo giovani per apparire così provati, gli occhi profondissimi, sbarrati, velati, incerti, impauriti, sono le caratteristiche di queste opere che creano una profondità senza eguali.

Genio e pazzia, da sempre binomio inscindibile, sembrano addirittura fondersi nella poetica romantica: entrambi conducono alla sofferenza, inevitabile scotto da pagare alla società borghese, una società sorda ai bisogni dei diversi, di cui Géricault è stato interprete.

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