Siamo stati infinocchiati!

I suoi semi in realtà sono i suoi frutti, ed è capace di farci sborsare centinaia di euro per un vino inacidito. Che simpatica pianta erbacea!

Il finocchio: alleato della buona tavola e del gentil sesso

Nella notte dei tempi oramai si è persa la leggenda che osti senza scrupoli offrissero ad avventori non proprio brillanti in intelligenza un aperitivo a base di finocchio, per stordire loro naso e lingua e vendere a caro prezzo del vino neanche idoneo a condire l’insalata.

Se siete stati vittima di questo pacco alcolico, prendetevela con l’anetolo: presente negli oli essenziali di finocchio, anice e aneto (da cui il nome). Questo composto tipicamente “liquirizioso” ha un potere dolcificante una dozzina di volte maggiore rispetto allo zucchero.
Ringraziate che almeno non vi abbiano versato benzina, nel calice!

Altro composto che rende il Foeniculum vulgare una pianta erbacea così burlona è il carvone, utile per rinfrescare le vie aeree. Esiste in due “enantiomeri”, due forme speculari della stessa molecola: la forma “R” profuma di foglie di menta; la “S” di semi di cumino.

A seconda della loro concentrazione, se passeggiaste nel verde e v’imbatteste (in particolar modo) in un finocchio selvatico vi sentirete, appunto, presi per il naso.

Ma il finocchio, se conosciuto meglio, è anche buono di carattere: oltre a offrirvi il limonene, antidepressivo, ansiolitico e – perché no? – antibiotico, è ricco di fibre e acqua (95% del peso totale), rendendolo un ottimo alleato dei nutrizionisti/dietologi (circa 10 kcal su 100 g).

Ma anche dei maschietti: se la vostra ragazza ha il ciclo, posate il crocifisso e armatevi di semi di finocchio, acqua bollente e preparatele una tisana. Se nella follia mestruale vi è rimasta la cena sullo stomaco, le tisane passano a due: è perfetto anche come digestivo, insieme alle fette da sgranocchiare, in special modo crude.

Ho scritto “semi”, qualche rigo fa. Ed ho sbagliato. Perché il finocchio sarà anche un burlone di suo, ma anche noi in quanto ad anatomia vegetale dobbiamo chiarirci un po’ le idee.

I “semi”, quelli che vengono usati nelle già citate tisane o infilate nelle salsicce per aromatizzarle, sono in realtà i “frutti” del finocchio, nascosti tra i fiori a grappolo della cosiddetta ombrella (infiorescenza tipica della famiglia delle ombrellifere“apiaceae”, per i più piccini – cui fanno parte anche il prezzemolo e le carote).
La parte che si mangia, in genere bianca, si chiama grumolo, il gruppo di foglie basali inguainate tra di loro che ricordano molto i carciofi e l’insalata. Le foglie più esterne sono rigide: strappatele via e divorate il resto, crudo, magari all’insalata, o cotto in padella con un filo d’olio o addirittura gratinato al forno. Bon appétit.

I “rami” verdi che si spingono verso l’alto mantengono i “ciuffi” (c’è chi le chiama “barbe”) che sprigionano il caratteristico profumo del liquore “finocchietto”. Vi è venuta voglia di farvene un sorso? E allora: staccate i rami e i ciuffi più brillanti, mettetene 100 grammi in mezzo litro di alcol e lasciate macerare per un paio di settimane, dopodiché bollite mezzo litro di acqua e 200 grammi di zucchero, infine unite l’acqua raffreddata con l’alcol filtrato. Sono qui per servirvi.

Se vi è venuta voglia di coltivarlo, potete seminarlo sia in primavera, per raccoglierlo in estate; sia in autunno, pronto per l’inverno. In 90 giorni circa, e con un apporto abbondante d’acqua giornaliera, avrete, oltre che uno spezza fame a portata di orticello, un efficace guardiano naturale contro gli afidi; soprattutto se possedete un pesco: il Myzus persicae, verde e arcigno come il Grinch, andrà a fare le uova da qualche altra parte, questo Natale.

Non dimentichiamoci che il finocchio rimane un briccone, però.
La comunità scientifica è ancora dibattuta sulle proprietà, e in particolar modo i meccanismi, di questa pianta che si dice “femmina” quando è piatta e slanciata e dà il meglio di sé se cotta e “maschio” quando è bassa e grassa e indicata al consumo da cruda: da una parte sazia gli affamati, dall’altra mette fame agli inappetenti. Non si sa ancora come può succedere, ma succede.

Una cosa è certa. Negli anni il nome di questo vegetale è stato usato in maniera impropria e fin troppo goliardica. Se volete far sentire due volte più ignorante colui che si ostina a usare tale epiteto – in sua testa divertente, come no – ditegli che i gladiatori dell’antica Roma si abbuffavano di finocchio per buon auspicio e si cingevano la testa di barbe in caso di vittoria.

Se non funzionasse, già sapete: fette di finocchio crudo e vino del discount. Basta così poco per divertirsi!

di Antonio Liccardo

 

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