Fofò: il miglior musicista del suo palazzo

di Benedetta De Nicola

Lo vedo spulciare tra i dischi, lo riconosco: «Ma tu sei Fofò?»

Quando inizi a seguire una band, quando te ne innamori, puoi cadere nel baratro dello stalking. Alfonso Bruno suona con i Ballads e con i Songs for Ulan, è una piccola leggenda musicale e noi abbiamo deciso di farvelo conoscere meglio.

Fofò vive di musica, io non so suonare, però un giorno non molto lontano ricordo che tornai a casa dopo averlo ascoltato parlare di rock e dissi a mia madre: «Mamma voglio “fare” Fofò.»

Cosa significa vivere di musica, detto da te che lo fai?

“La parola artista mi fa quasi paura, penso che dall’anno zero a oggi i veri artisti siano stati: Maradona, Totò, Frank Zappa e Paul McCartney. Io preferisco il termine comunicatore. Vivere di musica è difficile e stimolante nel provarci, in particolare quando hai una famiglia, però poi decidi di sciogliere la bestia e procedere.”

Le parole di Fofò mi riempiono di gioia, mi piace ascoltare chi sa vivere di bellezza, mi racconta le sue idee, le sue paure, la forte speranza che noi giovani non perdiamo, la curiosità, paure di un uomo di cinquantaquattro anni che ha un bellissimo bambino. L’intervista prende la giusta piega, quella del dialogo, si interagisce, si scambiano idee senza restrizioni.

“Comunicare vuol dire trovare un veicolo per esprimere le cose vere, quelle che vengono dalla pancia, suonare richiede sforzo, tecnica, ma se manca la veridicità dell’atto, non è comunicazione.”

Ascoltando queste riflessioni che sgorgano come un fiume in piena, mi viene spontaneo chiedere chi sia effettivamente un “comunicatore”. E lui, con quella grezza sveltezza che lo contraddistingue, mi dice così:

“Il comunicatore è quello che fa muovere il culo alla gente.”

Una definizione secca che inserirei in Treccani.

Alfonso viene dalla Penisola Sorrentina, seppur sia napoletano d’origine. Io ho fatto il percorso inverso, da penisolana sono passata alla città, questo tratto che ci collega geograficamente, i pezzi del puzzle geografico, mi spingono a domandargli come concepisca la musica in Penisola. Abbassa la testa, riflette e mi risponde come se le sue idee fossero in itinere.

“Sorrento è un posto felicemente addormentato, un eterno villaggio turistico. Non c’è necessità di contestare perché è uno dei posti più belli del mondo e la gente si accontenta di questo. Troppo razzismo, troppa chiusura, troppa noncuranza. A Sorrento suono sempre io, vengo riconosciuto, a me tutto ciò crea tristezza perché vuol dire che basta questo, basto io che, in realtà, mi ritengo il miglior chitarrista del mio palazzo, un palazzo dove abito solo io. Ho più di cinquemila dischi, ho sempre girato, partite del Napoli, negozi di dischi, avrei voluto creare più seguito. Ci vorrebbe la forza di combattere la pigrizia di questo posto.”

A questo punto, mi riservo il diritto di un’ultima curiosità, sapendo che Fofò è vicino alla cultura musicale anglo-sassone, gli chiedo come vede la situazione italiana.

“Ci sono delle belle realtà, non amo la musica italiana ma conosco molte persone della mia generazione e di quella dopo, è bello vedere che per un obiettivo comune si suoni, famosi o meno. Ad esempio il diciotto maggio abbiamo suonato al Pompei Lab e come noi moltissimi artisti, contro la chiusura dell’Angelo Mai (Angelo Mai è uno spazio indipendente per l’arte. Nasce alla fine del 2004 con l’occupazione di un ex convitto abbandonato nel centro di Roma, dove venticinque famiglie in emergenza abitativa e un gruppo di artisti lottano per il diritto alla casa e agli spazi indipendenti per la cultura). Non ci importa del prodotto da vendere, quello è sicuramente una parte che serve per vivere, ma sono orgoglioso che ci si possa unire per una causa collettiva come questa”

Terminiamo la conversazione scambiandoci il numero e chiacchierando, Fofò ci stringe le mani, sorride, ci mostra una foto di suo figlio e torna alle sue compere.

Abbiamo dato voce a un altro pensiero.

 

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