Quando sarà coniato il termine “casalingo”

di Carlotta Maschio

Analizziamo le varie accezioni del termine violenza e di come queste siano collegate tra loro, soprattutto nei confronti della donna.

“Violenza: atto o comportamento che faccia uso della forza fisica (con o senza l’impiego di armi o di altri mezzi d’offesa) per recare danno ad altri nella persona o nei beni o nei diritti. In senso più ampio, l’abuso della forza (rappresentata anche da sole parole o da sevizie morali, minacce, ricatti) come mezzo di costrizione, di oppressione, per obbligare cioè altri ad agire o a cedere contro la propria volontà.”

Con questi termini l’enciclopedia Treccani definisce la parola violenza. Una violenza che può certamente essere interpretata come un qualcosa di fisico, che ci possa in qualche modo colpire (ad esempio utilizzando la forza fisica o le armi), ma anche una forma di violenza verbale (sevizie morali, minacce, ricatti) come mezzo di oppressione.

Tanto spesso, troppo, in televisione apprendiamo di casi di violenza sulle donne, uccisioni: si è creato negli ultimi anni un nuovo termine, quello di femminicidio, proprio per la specificità dei casi. Tante volte però, quando in TV ascolto notizie del genere, mi pongo spontaneamente delle domande: perché si è permesso ad un uomo di arrivare a tanto? Perché non si è riuscite a denunciare prima, a chiedere aiuto in tempo?

Ecco allora che entra in gioco l’altra accezione del termine: abuso della forza rappresentata anche da sole parole. Sì, perché credo ci sia una forma di violenza, quella non fisica per l’appunto, che è, però, molto più subdola. È una forma di violenza psicologica, quasi ipnotica, paralizzante, che non ci permette di muoverci, di ribellarci, di agire, ergo di chiedere aiuto. Ebbene, credo sia proprio questa una delle forme di violenza peggiori subita oggi dalle donne. Tante volte intorno a noi vediamo donne soffrire di continuo per comportamenti del genere da parte del sesso maschile.

Si tratta di sevizia morale, a mio parere, quando un uomo si sente in dovere di ringraziare la moglie per aver lavato i piatti, rifatto il letto o passato l’aspirapolvere. Quando si sente in dovere di pagare una cena. Quando a matrimonio compiuto cede il suo cognome alla moglie che a quel punto perde la sua identità per acquisirne un’altra in funzione di…

È violenza psicologica quando è più normale considerare una donna casalinga e non architetto o avvocato (qual è la forma maschile di casalinga? Quale quella femminile di architetto o avvocato?).

Un susseguirsi di abitudini che, a poco a poco, nella nostra società hanno fatto della donna l’elemento da considerare debole e non al pari dell’uomo. In Italia, ad esempio, il concetto di patria podestà è decaduto legalmente soltanto nel 1975, in occasione della revisione del diritto di famiglia.

Ed ecco che allora diventa sempre più una consuetudine la figura del maschio alpha, di colui che in famiglia prende decisioni, che può alzare la voce, che può, a cui è concesso dominare la donna, nel caso più estremo picchiare. Subentra a questo punto la violenza fisica, che diventa però un qualcosa di intrinseco e di inscindibile dalla violenza psicologica, dalla sevizia morale, qualcosa che non può essere considerato caso a sé. È la condizione della donna che non riesce bene a definire quando si possa considerare reato, o quando invece è soltanto l’autorità del marito, fidanzato, compagno ad essere messa in atto. È un po’ come quando non consideriamo una violenza sessuale commessa dal marito una vera e propria violenza sessuale. Soltanto a fatto avvenuto, quando entra poi in scena il femminicidio, la società attua una sorta di mea culpa. Irrimediabilmente fuori tempo.

Per assurdo, supponendo, potremmo considerare la violenza fisica verso una donna un atto in via di estinzione solamente quando sarà coniato il maschile del termine “casalinga”.

 

 

 

 

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