-Do not disturb-

di Veronica Nastri

Genitori e figli, l’incomprensione tra due modi di vivere diversi. Comunicazione, atteggiamenti e fiducia: il distacco generazionale.

Appendere alla porta della cameretta un cartello “Do not disturb” non è sufficiente, lo scontro tra due mondi diversi, nella maggior parte dei casi è inevitabile.

Esiste da sempre un distacco generazionale, un’ordinaria e normale interruzione della comunicazione tra adulti e giovani. Ci sono interessi divergenti, diversi modi di vivere, ogni età ha propri impegni, problemi, priorità, e lo sfondo sociale è diverso da quello che si presentava quando erano giovani gli adulti di oggi.

Tutto rimanda al rapporto che si instaura con il proprio figlio sin dai primi anni.
La parola magica è empatia, una specie di “ponte” che crea un’alleanza. In particolare  sono la disponibilità e la fiducia da parte del genitore, nell’assumere questo ruolo e svolgere questa nuova funzione, ad esercitare un’influenza positiva sul bambino.

È ipotizzabile che la capacità empatica sia sottesa a questo atteggiamento.

Infatti un adulto che si prende cura del proprio bambino, cercando di capirne bisogni emotivi e fisiologici e tentando di rispondervi in modo adeguato, farà vivere al proprio figlio l’esperienza di un contesto rassicurante. In esso i segnali sono visti e ascoltati.

In questo senso l’empatia rappresenta la possibilità di un dialogo profondo e autentico tra genitore e figlio; è rassicurante per un ragazzo sentire accanto a sé una figura capace di comunicare con lui, di capirlo e guidarlo, ma soprattutto di “perdere del tempo” insieme. Avere la sua attenzione è motivo di orgoglio. La conquista del: “nota quello che faccio”, “vuole giocare con me”, “gli piaccio”.

Quando sono piccoli i bambini, essendo in fase di crescita, notano le differenze e qualsiasi atteggiamento può essere frainteso. È nella fase della maturazione, però, che i figli hanno più bisogno di una figura genitoriale, anche se così non sembra, e reclamano di essere guidati; spesso i genitori o non sono preparati al dialogo o credono che i loro ragazzi possano farne a meno. Gli adulti non capiscono che i giovani non sono ciò che mostrano.

È proprio in questi momenti, quando si elimina ogni forma di dialogo, che si allontanano. Pare quasi ovvio, che, in questa fase, la relazione diventi particolarmente delicata, perché apparentemente non sembrano esistere strumenti utili per trovare un compromesso.

Nasce, quindi, un desiderio di autonomia e di libertà, ma come può un genitore educare un figlio che è in crisi con se stesso?

La comunicazione è un fattore importante, oserei dire fondamentale. La figura parentale ha il compito di riportare la prole nella realtà quotidiana, senza però ostacolare l’immaginazione, le attitudini, i sogni, tentando di capirne sacrifici e preoccupazioni, comprendendoli e dandogli il giusto sostenimento.

La missione del genitore non è per nulla facile. Si viene presi da mille dubbi, responsabilità, problemi, apprensioni; tante domande sul proprio ruolo, come svolgerlo, se essere autoritari o instaurare un rapporto amichevole.

Bisogna stare attenti a non sforare in nessun eccesso, andare incontro ai propri figli, ma allo stesso tempo ammonirli e guidarli per la strada giusta. Fondamentalmente è importante e necessario porsi con loro, creando un rapporto più “umano”, ricordare che in fondo anche i “grandi” sono stati “piccoli”.

Errare è umano, sia dall’una che dall’altra parte, ma non esiste cosa più sbagliata che accusarli di chiudersi in un mondo a parte, apparentemente vuoto.

Si sostiene ciò solo perché ci si sente esclusi da questo universo creato dai giovani. Basterebbe cambiare approccio e aver presente che ognuno ha qualcosa dentro che deve soltanto trovare il modo di uscire allo scoperto.

Coltivare amore e rispetto tra figli e genitori è la soluzione, cercare di non rimanere bloccati davanti al “Do not disturb”.

 

 

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