Dietro il palco

di Antonio Ogliaro 

Di uno spettacolo la gente ricorda l’inizio e la fine, il resto non è memorabile.
L’artista invece ricorda passo passo ogni momento della prestazione, a partire dalle prove.

Suono in una band composta da sette elementi, compreso me, quindi ci mancherebbe che non mi ricordi delle prove: solo organizzarle è estenuante. La parte più rilassante è sicuramente il soundcheck, ma con sette teste da gestire può risultare comunque molto stressante. Tuttavia, è questa la parte che mi ricorda di essere la “star” della serata, perché quando sali sul palco e immagini la gente lì sotto, realizzi la tua importanza. Poi si finisce il soundcheck, i volumi perfetti sia sul palco che sotto, il fonico che dice: «per qualunque cosa non esitare a chiedermi, sono a disposizione».

Purtroppo tutto questo non è mai vero: le sequenze partono col volume basso, le chitarre in spia inesistenti e il fonico che tenta di abbordare la barista con la birra in mano… e se lo mandi a chiamare si incazza pure.

Però, facciamo un passo indietro: il pre-concerto.
Arrivi al locale due ore prima dell’inizio (che poi si riveleranno tre) e inizia a salire l’agitazione dal momento in cui vedi il palco bello e pronto. Quella serata, che poi era il debutto della mia tribute-band dei Linkin Park, avrò fumato qualcosa come un pacchetto di sigarette per la tensione, che si faceva sempre più pesante all’avvicinarsi del momento in cui ci avrebbero dato il via.
Dal momento del via, vuoto totale: freddo e impassibile raduno il resto della band sul palco. Quattro colpi di cassa, alternati in coppia, e il batterista aggiusta il suo sgabello. Chiude il charlestone, rullata leggera e mi fa il cenno. I chitarristi nel frattempo accordavano, il tastierista mi dice che con il computer è tutto a posto. Prendo il microfono e, ancora freddo e impassibile, salgo sul palco a testa bassa,  rivolgendo le spalle al pubblico.

Parte la sequenza, parte il resto della band, mi giro verso il pubblico poco prima della prima frase ed entro in una fase catartica. I cinque sensi moltiplicano la loro sensibilità, occhi a parte, avendoli avuti per la maggior parte del tempo chiusi.
Finito il primo pezzo, entra in scena il rapper che mi accompagna nelle parti cantate e diamo il via alle presentazioni.
Il resto del live procede tra stecche vocali clamorose, interazione col pubblico, chitarre che non si sentono, il fotografo che sale sul palco perché si era dimenticato la macchina fotografica, il fonico che va nel bagno del locale insieme alla barista e cosi via. Finita la performance, il pubblico chiede il bis, e addirittura un tris. Noi contenti, abbiamo accontentato il pubblico.
Poi finisce per davvero: svanisce tutta la magia, un concerto durato un’ora sembrava esser durato poco meno di dieci minuti.
Arriva, poi, il momento della resa dei conti, quello della paga… No scherzavo, quello del responso del pubblico. Fortunatamente, tutte le stecche le ho sentite solo io e al pubblico siamo piaciuti tantissimo. E questo è l’importante.

Infine, il momento tanto atteso, quello della paga (stavolta per davvero). Ovviamente, serata di debutto equivale a paga misera da dividere per sette.
Questa è la dura (ma bella) vita del musicista emergente.
Morale della favola: non formare band composte da sette elementi, non chiamare un fonico figo.

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