E “beeeh beeeh” disse la pecorella

di Adele De Prisco

Marx e Freud hanno conferito al termine “feticismo” una nuova connotazione in relazione all’oggetto feticcio memoriale: il primo affronta l’argomento all’interno della famosa opera “Il Capitale” e più specificatamente nel quarto paragrafo del primo capitolo del libro.
All’interno di queste pagine, il famoso storico spiega come una qualsiasi merce che a prima vista possa sembrare banale in realtà non lo è. Per spiegare meglio il concetto utilizza la famosa metafora del legno. Egli spiega infatti che un legno, se trasformato, può diventare sì tavolo, ma il tavolo è comunque un pezzo di legno. Non appena però il tavolo viene esibito come merce ecco che assume un nuovo valore sensibile. In parole povere il filosofo cerca di spiegare che un qualsiasi oggetto semplice e insignificante, nel momento in cui viene esposto come merce, viene in automatico trasformato dal soggetto in un oggetto sensibile e importante. Ha quindi un’idea diversa dell’oggetto feticcio, che analizza ponendolo alla base della sua teoria capitalistica.

Freud invece si sofferma su come il soggetto tende a proiettare su un determinato oggetto un valore simbolico-affettivo che lo porta, inconsciamente, alla sostituzione della persona persa.
Non aveva forse ragione Marx? Non è ciò che accade anche oggi? Non è ciò che forse facciamo anche noi? Quante volte abbiamo osservato una nuova tendenza e l’abbiamo ritenuta abbastanza discutibile escludendoci dalla massa di pecoroni per acquistare poi quell’oggetto inutile una settimana dopo?
Fortunatamente signore e signori non siamo gli unici incoerenti e l’arte, la letteratura, ce lo spiegano egregiamente.
Nel ‘700, cari lettori, la valorizzazione dell’oggetto si accentua di molto, diventando spesso il moto dell’azione di un racconto o anche di un’opera teatrale. A dimostrarlo è soprattutto Goldoni, un grande artista che pone l’oggetto al centro di molte delle sue opere e, tra le tante che potremmo menzionare, ci soffermiamo su di una in particolare che tocca l’argomento in questione.
Stiamo parlando della “Trilogia della villeggiatura”, un capolavoro del 1761 che si preoccupa di analizzare i meccanismi spietati della moda.

L’oggetto feticcio protagonista dell’opera altro non è che un semplicissimo abito di mariage che non ha nulla di particolare, anzi: è un abito di un solo colore, di seta, con la guarnizione di due colori e con delle rifiniture che donano una sapiente combinazione cromatica. Nulla di particolare quindi, eppure quest’abito è al centro dell’opera perché attira l’attenzione di quasi tutte le donne presenti nella trilogia.
Le protagoniste sono infatti particolarmente affascinate da quest’abito semplicemente perché appartiene all’alta moda parigina. Tant’è che una delle donne, non incline alla smania di apparire, smonta l’aura mistica che si era creata attorno all’abito cercando di far capire che di base, nonostante fosse costoso, nonostante appartenesse all’alta moda parigina, fosse un abito molto semplice.
Nel leggere l’opera quindi, ci rendiamo conto che il drammaturgo veneziano rappresenta il fenomeno collettivo della moda legato al feticismo delle merci.

Ma ciò che accade alle protagoniste della trilogia di Goldoni non è forse ciò che accade a noi? Non siamo forse anche noi attratti, oggi più che mai, da oggetti insignificanti che qualcuno ci rifila come belli e utili solo perché alla moda?
Le mille gonne di tulle che sfilano nelle piazze italiane stile bomboniera prima comunione collezione 2001-2002, per esempio, non sono forse la dimostrazione dell’incoerenza umana che la moda mette in evidenza? Una settimana prima le bacheche di ogni social sono piene zeppe di post denigratori contro le povere bomboniere appena imballate e una settimana dopo è possibile ammirare, davanti a tutti i negozi forniti, strascini violenti e gare olimpiche per l’acquisto della gonna tanto odiata e amata.
Insomma, signorine, tutt’appost? E questo ovviamente è solo un esempio.

Ma la moda, che ad oggi tiene tutti sotto schiaffo, non riguarda certo solo il settore dell’abbigliamento.

Vogliamo parlare delle colonie di gonfiabili a forma di fenicotteri rosa che popolano le migliori spiagge del mondo? È possibile ammirare, soprattutto su un social come Instagram, la faccia soddisfatta di tutte le ragazze che, dopo vani tentativi di approccio, sono riuscite finalmente a salire su quel maledetto gonfiabile manco fosse un cavallo purosangue e a farsi fotografare nella posizione più scomoda del
mondo, col sorriso più falso del mondo che Wanna Marchi, davvero, scansati, perché la posa è importante per sembrare super magre e formose sui social (però quant’è bona la lasagna raga’).

Ma il popolo maschile non è certo escluso dal giro. Ceretta appena fatta perché il pelo è demodé, costume tattico che fa risaltare l’abbronzatura già avviata da svariate lampade nel corso dell’inverno, capello laccato e olio su tutto il corpo (se in spiaggia sentite odore di arrosto probabilmente sono loro, i maschi “alpha” della situazione) che il gonfiabile scivola al primo tocco. Ma anche loro, dopo svariate scivolate nell’acqua – che comunque grazie all’olio escono dall’acqua asciutti manco fossero le acque benedette di Lourdes – eccoli che si piazzano sul gonfiabile con tanto di cocktail e sguardo virile.
Mi stavo domandando se anche a loro è tutt’appost.

Questi brevi ed odierni esempi non sono forse la dimostrazione di quanto diceva Marx nel paragrafo citato prima come esempio? Di come un semplice pezzo di gomma possa diventare un fenomeno
fantasmagorico?
Ovviamente avremmo potuto fare miliardi di esempi ma ci siamo limitati. La verità è che chiunque disse che gli italiani, che per fortuna non sono gli unici, sono un popolo di pecoroni, aveva ragione così come aveva ragione il buon vecchio Goldoni.

 

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