“DAMN.” La filosofia di Kendrick Lamar

di Antonio Alaia

“DAMN.” è il quarto album in studio del rapper statunitense Kendrick Lamar, pubblicato il 14 aprile 2017. La raccolta può essere ascoltata in due modi: seguendo l’ordine crescente delle tracce – dall’incontro di Kendrick con la donna cieca che lo uccide (“BLOOD.”) fino ad arrivare al racconto del tentato omicidio del suo produttore ai danni del padre di Kendrick (“DUCKWORTH.”) – oppure seguendo l’ordine inverso con K-Dot che, al termine del suo viaggio, muore.

BLOOD. – 1:58
DNA. – 3:05
YAH. – 2:40
ELEMENT. – 3:28
FEEL. – 3:34
LOYALTY. – 3:47
PRIDE. – 4:35
HUMBLE. – 2:57
LUST. – 5:07
LOVE. – 3:33
XXX. – 4:14
FEAR. – 7:40
GOD. – 4:08
DUCKWORTH. – 4:08

IL VIAGGIO DI KENDRICK ATTRAVERSO LAMAR
Con questo articolo vorremmo introdurre il lettore alla filosofia di Kendrick Lamar e collocare quest’opera in un contesto letterario, tralasciando i beat e il flow, così come si farebbe per un libro.

“DAMN.” è una opera filosofica che spezza i pregiudizi intorno all’ambiente Hip-Hop – considerato mondano, cafone e superficiale – e testimonia la fragilità, psicologica e morale, legata a questo mondo.
L’autore si spoglia della sua figura di artista per vestirsi da narratore e profeta, l’uomo che attraverso se stesso e la sua vita narra di un’esperienza fittizia ma emblematica della condizione umana. K-Dot, nel
comporre il suo “viaggio”, non tralascia nessun passaggio: passa dallo studio del Deuteronomio e del rapporto con la paura e la morte, alle profezie riguardo gli israeliti e il rapporto con Trump.
Il viaggio inizia con Kendrick che cammina per strada e nota una donna che consuma il marciapiede in un inquieto andirivieni. Ha tutto l’aspetto di una persona che ha perso qualcosa di vitale importanza. Kendrick si ferma, si avvicina alla donna e offre il suo aiuto per cercare la fantomatica cosa perduta:

– “Mi sembra di capire che ha perso qualcosa, mi piacerebbe aiutarla a ritrovarla”
– “Oh sì, tu hai perso qualcosa, hai perso la tua vita”

Uno sparo.

– YESHUA, KENDRICK E IL DEUTERONOMIO

Deuteronomio 28:28 :“Il Signore ti colpirà di delirio, di cecità e di pazzia”.

Come K-Dot stesso dice di sé in “DNA.”, egli è “la nuova arma di Yeshua”, l’uomo che riporterà i latini,
gli afroamericani, i nativi americani e tutti gli israeliti sulla retta via.
In “YAH.” , infatti, Kendrick afferma:

«Sono un israelita,
non chiamarmi più “nero”,
quella parola è solo un colore, non è più un fatto».

L’autore identifica se stesso, e tutti gli afroamericani, latini e nativi, come discendenti degli ebrei israeliti, uomini fedeli a Dio e osservanti degli insegnamenti del Deuteronomio (quinto libro sacro della Torah Ebraica).

In un mondo che, purtroppo, ha dimenticato le proprie origini e i propri doveri religiosi, un provvidenziale Kendrick scende dal cielo per proporsi come il nuovo YESHUA (Gesù), venuto per riportare i suoi fratelli sulla retta via: l’autore è pronto a espiare tutti i suoi peccati, fronteggiare le sue paranoie, combattere “LUI” (Lucifero) per ricongiungersi con la grazia divina professata nel Deuteronomio.

I primi elementi religiosi si possono già trovare nel racconto iniziale di “BLOOD.”, quando Kendrick incontra la donna. La donna, infatti, si potrebbe identificare con una qualche misteriosa figura cristiana mandata dalla Provvidenza per aiutare Kendrick a espiare, finalmente, i propri peccati mediante la morte.
Sul discorso di “BLOOD.” torneremo dopo, ora passiamo all’analisi dei vizi e le fobie del personaggio.

– LA DENUNCIA ALLA SOCIETÀ E LA PAURA DI KENDRICK “UMANO”

Kendrick “Il Salvatore” incontra subito il primo problema: la sua condizione umana.

“Forse è troppo tardi per loro, \ sento che il mondo
intero vuole che preghi per lui, \ ma chi c***o sta
pregando per me? Nessuno sta pregando per me, \
chi prega per me? Nessuno prega”.

Le buone intenzioni dell’Arma di Yeshua vengono subito interrotte dall’angoscia delle sue paranoie e la
sua convinzione di essere solo. Non sente il supporto del suo popolo, tutto è contro di lui, nonostante il suo tentativo di redenzione.

“Se non guidassi macchinoni, mi ameresti lo stesso? Se minimizzassi il mio patrimonio, mi ameresti lo stesso?”

Che sia nell’amore della sua vita la purezza che cerca? Non è sicuro neanche di questo. Nessuno può aiutarlo. Ovunque si giri, c’è qualcuno pronto ad abusare di lui, della sua famiglia, del suo successo, della sua esistenza.

“Banche, impiegati e boss con \ pensieri
omicidi; Donald Trump è il presidente, \ abbiamo
perso Barack e ci siamo promessi di non dubitare
mai più di lui.\ Ma l’America è onesta? O ci stiamo
crogiolando nel peccato?”

Ora è evidente che il disagio vissuto da Kendrick non è un problema personale, ma una piaga del popolo americano – se non mondiale – di stampo socio-politico.

“Sto parlando di paura, timore di perdere la fedeltà
dall’orgoglio \ perché il mio DNA non mi lascerà
coinvolgere alla luce di Dio”

In “FEAR.” Kendrick narra la sua vita raccogliendola in 3 momenti – o periodi – di paura: l’infanzia, quando la madre adoperava la violenza per qualunque cosa, per qualunque capriccio; l’adolescenza, quando inizia a frequentare le cattive compagnie di Compton e inizia ad avere i primi contatti con le droghe e gli scontri con la polizia; la maturità, ora che ha tutto, ma ha paura di perderlo o di usarlo in modo sbagliato, facendo sì che si allontani sempre più da Dio.
A questo punto si potrebbe dire che sia la paura, perenne e polimorfa, a fermare la missione dell’Arma di Yeshua… Peccato che non abbia ancora fatto i conti con il potere, la fama e i soldi.

– IL PESO DELLA CULTURA HIP-HOP E LA MEGALOMANIA

“Il tempo passa, le cose cambiano, \ ritorniamo alla
nostra quotidianità, \ attaccati ai nostri modi di fare,
lussuria”

“Ora, in un mondo perfetto, probabilmente non
sarei insensibile, \ freddo come dicembre, ma non
ricordare ciò che ha fatto l’inverno. \ Non ti
incolperei per gli errori che ho commesso, sono
responsabile dei miei sbagli”

Finalmente Kendrick ammette i suoi peccati e convince il lettore che la sua morte – quella in “BLOOD” – è la giusta punizione per la sua vita di eccessi. L’autore ci offre una cruda vetrina dei suoi peccati: dall’alcool allo sfruttamento della prostituzione, fino ad arrivare alla megalomania.
Ammette di essere un megalomane della peggior specie. La sua umiltà non può nulla contro la sua certezza di essere il miglior rapper della storia. Per questo merita di essere sparato. Il conflitto interiore dell’autore è pesante da sopportare, come si può mai credere in Dio, essere timorato di Dio, e contemporaneamente credere di essere onnipotente, perfetto? Da qui ne deriva un ritratto di Kendrick sofferente, un uomo che vorrebbe lavarsi dei suoi peccati per ascendere al cielo, vicino a Dio.
Questa situazione, secondo Kendrick, è vissuta da tutto il suo popolo – latini, afroamericani e nativi – ed è l’unico ostacolo che si frappone tra loro e la salvezza del Deuteronomio.

– QUESTIONE DI DUALITÁ: PERDONARE O UCCIDERE
Finalmente si arriva alla conclusione del viaggio di Kendrick, la parola fine sulla sua odissea. Uccidere o perdonare, perdonare o uccidere: la dualità della vita che salvò l’autore.
Anthony Tiffith, capo dell’etichetta di Kendrick, si trovò ad un passo dall’uccidere Duckworth, il padre del rapper. Una rapina andata male, Tiffith puntò la pistola contro Duckworth, ma non sparò. Un giorno, come dice in “XXX.”, un amico chiamò Kendrick per dirgli che gli avevano ucciso il figlio per futili motivi e Kendrick rispose che, se fosse stato in lui, si sarebbe vendicato uccidendo l’assassino. Eppure l’autore decide di mettere in pausa questi momenti, per analizzare i due possibili epiloghi. E soprattutto riflettere: siamo consapevoli di ciò che facciamo?

Kendrick pone un semplice quesito: siamo coscienti quando decidiamo di piazzare una pallottola nella testa di un uomo, anche se è contro il volere di Dio?
A questo punto l’autore pesa, come se avesse una bilancia analitica, il valore che hanno la filosofia individuale e la Provvidenza Divina, l’importanza che ha il soddisfacimento di una vendetta personale e il dovere morale nei confronti del Signore di non uccidere un fratello.

Alla fine del suo viaggio, Kendrick Lamar non ha ancora trovato le sue risposte, ma ora è libero, perché alla fine qualcuno ha pregato per lui.

 

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