Psicologia del coraggio

di Martina Casentini

Criticato o amato, Paul Ekman è famoso per averci raccontato le emozioni dal punto di vista della psicologia. Siamo circondati di sentimenti ai quali spesso non sappiamo dare un nome, sensazioni che non sappiamo definire, Ekman ha ridotto tutto a sei emozioni base: gioia, sorpresa, disgusto, paura, rabbia e tristezza. A ogni emozione corrispondono un’espressione facciale, movimenti della bocca o rughe sotto agli occhi che permetterebbero a qualunque psicologo di percepire l’emozione che con tanta fatica cerchiamo di nascondere nelle occasioni più particolari. È come se la vita ci stesse dicendo: “Ehi, questo è un momento che ricorderai per sempre, svegliati”.

In più, Ekman ha collegato a ogni emozione una reazione, una risposta all’emozione che, come l’espressione facciale, non possiamo fare a meno di avere: la rabbia che spinge verso l’attacco o la tristezza che porta al pianto e, più interessante di tutte, la paura che spinge alla fuga.

Quante volte ci siamo sentiti dire che essere coraggiosi significa non aver paura?

E quante ancora abbiamo creduto davvero che la paura fosse una debolezza che molti, non si sa come, riescono a non avere?
Sciogliamo ogni dubbio: la paura, come le altre emozioni, è innata e non c’è possibilità di rinunciarvi. Ergo: tutti hanno paura.
Ma allora, se tutti hanno paura, chi sono i veri coraggiosi?

Sono coloro che sanno fermarsi a pensare. Gli esseri umani, a differenza degli animali, sono in grado di provare due tipi di paura: una è quella base che si porta dietro un’espressione fatta di occhi persi nel vuoto, una bocca semi aperta e il desiderio di scappare – come un gatto che fugge senza fermarsi a guardare indietro – e l’altra è quella che la mente riesce a regolare, ragionando sulle conseguenze e scegliendo di non scappare. Potrebbe essere definita “paura ragionata”, sottolineando la necessità di provare emozioni senza le quali non si potrebbe pretendere di essere umani e, allo stesso tempo, l’importanza di saper rispondere a queste.
Un bambino conosce la paura meno di quanto la conosce un adulto: viene istruito dai genitori ad aver timore dello spigolo del tavolo o del pavimento scivoloso ma crescendo capirà che la paura può essere aggirata, che sul pavimento scivoloso potrà camminarci con le dovute precauzioni. Farà gare con i suoi compagni per decidere chi è il più coraggioso e si renderà conto che in quei momenti di paura ne aveva tanta: “Ma, allora, perché non mi sono fermato?” si domanderà comprendendo, forse, che aveva buone ragioni per non farlo. La paura c’è, sono le scelte che facciamo che ci permettono di evitarla, l’analisi dei motivi e delle conseguenze che potrebbero derivare da una fuga.

Essere coraggiosi non vuol dire non aver paura, essere coraggiosi significa accettare che la paura c’è ma che, proprio per questo, si può anche sconfiggere.

 

 

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi