Essere ciò che si è o quel che non si è riusciti ad essere

di Veronica Nastri

Per essere protagonisti nel teatro della vita, non sempre e non per tutti, è sufficiente essere se stessi.  Bisogna invece essere perfetti attori, qualunque sia il ruolo interpretato.   Se si chiedesse a chiunque il significato del termine “perfezione” sarebbe decisamente lecito aspettarsi una risposta pressoché univoca, la quale lo farebbe coincidere con dei concetti ben precisi. Perfetto è ciò che si manifesta come privo di difetti, magari non destinato ad esaurirsi o perire. Il termine greco corrispondente è τελειότης (teleiotes), il cui significato corrisponde ai concetti di completezza, adeguatezza al proprio fine.

Perfetto è quell’ente che è se stesso in modo maturo e compiuto, assolvendo il proprio scopo in maniera ottimale e trovando in questo la sua realizzazione, la quale non è da intendersi in senso puramente strumentale.
Purtroppo nascono dei problemi quando il concetto di perfezione viene erroneamente applicato all’essere umano e alle sue pratiche sociali. Ciò comporta l’elaborazione di modelli e ideali precisi da applicare all’uomo; diviene perfetto colui/colei che occupa un ruolo di potere nella società, che ha successo ed è in grado di crearsi e di mantenere immensi guadagni e fama mondiale, oppure chi ha un corpo scolpito e invidiabile.

È solo a partire dalla Grecia classica – V sec. a.C. – che si affermano veri e propri ideali di perfezione e di conseguenza nascono i canoni estetici.
All’ idea di bellezza, gli antichi Greci associano grazia, misura e soprattutto proporzione: un corpo è bello quando esistono equilibrio, simmetria e armonia tra tutte le sue parti, tra ciascuna di esse e la figura intera. Fin dall’antichità, la bellezza, in particolar modo quella femminile, è stata valutata e misurata sulla base di un modello estetico di riferimento, riconosciuto dalla società in un determinato contesto storico, sociale ed economico.

Nella società odierna, infatti, si è affermato un vero e proprio culto del corpo e la bellezza esteriore sembra essere più importante delle qualità morali e intellettive: un obiettivo da raggiungere a tutti i costi, ricorrendo – se necessario – a lifting, ritocchi vari, fino a veri e propri interventi chirurgici per assottigliare alcune parti o riempirne altre. Raggiungere e mantenere la tanto agognata bellezza, infatti, è spesso una lotta disperata: è per questo che a volte essere belli significa essere disperati.

L’ideale corporeo è spesso innaturale e quindi difficile da raggiungere; nel corso della storia le donne si sono dovute sacrificare e hanno sofferto per raggiungerlo. Da sempre sono intervenute sul proprio corpo in modo anche violento, sottoponendosi a vere e proprie torture pur di rientrare nei modelli estetici del momento: dai busti di stecchi di balena, usati dalle donne del Settecento e Ottocento per strizzarsi le membra fino a spezzarsi le costole pur di avere un vitino di vespa, ai vertiginosi tacchi a spillo di epoca più recente indossati per rendere le gambe più lunghe e slanciate.

La volontà di raggiungere la perfezione in qualsiasi ambito, non solo per l’aspetto esteriore, provoca un desolante senso di inferiorità che porta a pensare di non essere mai all’altezza. Ci si sente immersi in una ricerca infinita, che sfocia nell’ossessione: si vorrebbe essere diversi da come si è, non ci si sente mai abbastanza, si vive con la convinzione che essere come si è non vada bene e che si debba correggere ciò che non corrisponde ai modelli indicati dalla società.
La consapevolezza che manca alla nostra epoca è comprendere che l’essere umano non deve auto-crearsi dal nulla, ma deve imparare a divenire se stesso. Essere radicalmente un essere umano non ha nulla a che fare con quanto descritto precedentemente, significa bensì riconoscere il proprio ruolo nella realtà in cui si vive ed essere ottimamente ciò che si è, con pregi e difetti, con qualità e mancanze, uomo perfetto è colui che costruisce la sua vita dando valore a ciò che merita valore.
Come sostiene Sant’Agostino: “La perfezione dell’uomo consiste proprio nello scoprire le proprie imperfezioni.”

 

 

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