Buio

di Marta Maresca

Un punto preciso tra il tallone e il tendine d’Achille duole in modo lancinante per le scarpe nuove. Volevo mostrare alle ragazze l’ultimo acquisto e, perché no, farmi vedere dai ragazzi passeggiando sul corso.

Sono quasi arrivata a casa, mi sono fatta lasciare poco lontano dalla strada di casa per non far allungare troppo il giro a chi mi ha dato un passaggio. Svolto l’angolo, lascio la strada principale controllando le notifiche sul cellulare: qualcuno ancora scrive sul gruppo, rispondo ridendo; poi alzo lo sguardo timorosa per controllare se la via è libera: mancano poco meno di 200 metri al cancello di casa, ma il tragitto potrebbe riservare sorprese spiacevoli. Per fortuna sembra tutto tranquillo, proseguo accelerando il passo, cercando di non sembrare spaventata.

Quanto mi piacerebbe godere dell’innaturale tranquillità che regna tra il riflesso delle pozzanghere e i palazzi con le persiane accostate. Il basolato rumoreggia piacevolmente sotto i tacchi, il suono rimbomba leggermente contro i muri delle case e si perde nel buio dei giardini. Quante volte dalla mia camera l’ho sentito, e quanti ora sentono il rumore che provoco io.

Eccolo. Da dietro l’angolo spunta col suo passo incerto. Avanza di qualche passo, si ferma a fissare l’orologio un po’ troppo a lungo. Il cuore fa un salto, il cancello, il porto calmo, è più vicino a lui che a me in questo momento. Stringo il cellulare per essere pronta a chiamare qualcuno in caso di necessità. Accelero il passo tenendo lo sguardo basso per non incontrare i suoi occhi. Il ponte mi nasconde per qualche secondo alla luce gialla dei lampioni, ora vorrei solo che le scarpe nuove avessero la suola di gomma per non attirare la sua attenzione.

Con malcelata disinvoltura cerco di continuare a camminare radente alle macchine, parcheggiate al lato della strada, nella vana speranza di passare inosservata. Ma i suoi occhi mi puntano, da un po’ ha smesso di fissare l’orologio e si è concentrato su di me. Sento il suo sguardo scorrermi addosso, e trapassarmi fin nel più profondo. Di nuovo quella sensazione, quella tremenda sensazione di essere un oggetto. Sussurra qualcosa. Di sicuro qualcosa di schifoso e ringrazio per non aver capito. Perché non passa nessuno? Nessuna macchina, nessun motorino, nessuna coppia di turisti di ritorno all’albergo. Passa sempre qualcuno, perché ora no? Cosa darei perché passasse qualcuno ora. Magari qualche ragazzo che conosco, che possa proteggermi indirettamente conoscendo la situazione e notando il disagio sul mio viso. Mi fissa ancora. Perché ho messo la gonna, perché non ho messo i jeans. E perché queste scarpe.

Lui apprezza esplicitamente, e stavolta lo sento chiaramente. So di avere una preparazione fisica che mi permetterebbe di fuggire all’occorrenza, ma non mi aiuta a sentirmi meno inadeguata. Perché non posso vestirmi come voglio. Perché devo essere a disagio tornando a casa dopo essere stata così bene in giro con gli amici.

Perché non ho chiesto di essere accompagnata fin sotto casa. Se urlo mi sentiranno in molti, mi conoscono e si affacceranno. Forse non basterà a metterlo in fuga dati i suoi squilibri mentali, ma se scendono di corsa possono salvarmi. Salvarmi da cosa? Non voglio neanche pensarci. La sola idea mi dà i brividi e la nausea. Alzo lo sguardo con la disperata speranza che ci sia qualcuno affacciato, magari quel ragazzo timido che mi guarda sempre. Ma il suo è uno sguardo diverso, è referenziale e d’ammirazione. Non è sporco come questo qui.

Sono quasi arrivata, sto per svoltare nel cancello e per fortuna lui non si è mosso dal punto in cui si è bloccato a fissare l’orologio. Ora dovrò voltargli le spalle per percorrere il tratto di cortile che separa la strada dal portone del mio palazzo. Lui apprezza volgarmente ad alta voce chiamandomi per nome. Io mi vergogno e al contempo spero che qualcuno abbia sentito e si sia messo sul chi va là dietro le persiane, magari spiando tra gli scuri per accertarsi che arrivi sana e salva al mio portone.

Giro leggermente nel cortile di casa sotto gli occhi dei miei silenti protettori, è più buio qui a causa degli alberi. Le orecchie sono tese per captare ogni minimo rumore. Ancora una volta urla un apprezzamento, questa volta indirizzato al mio fondoschiena che ora può ammirare senza impedimenti. L’improvviso urlo nel silenzio della sera tarda mi fa trasalire e girare la testa, gli occhi si offuscano e la testa gira vorticosamente, ma conosco a memoria ogni centimetro di questo cortile e continuo imperterrita ignorando il sudore sempre più copioso. Passo in mezzo alle macchine parcheggiate, lui è ancora lì che mi fissa, un altro passo e sono definitivamente nascosta al suo sguardo, manca pochissimo prima di chiudermi il portone alle spalle e correre su per le scale fino alla porta di casa, dove i verdi occhi amorevoli del mio gatto mi fissano non appena apro la porta, si struscia contro le mie gambe chiedendomi dove sono stata tutto quel tempo. Le sue fusa e il suo calore contro il mio petto mi rincuorano, lo stringo più forte mentre affondo il naso nella sua pelliccia.

Un altro rientro a casa è andato a buon fine.

 

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